17 marzo 2018 – Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena: Il mistero pasquale in Santa Caterina. Registrazioni delle meditazioni

 

Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena – Il Mistero Pasquale in Santa Caterina

Prima meditazione: La Passione

Padre Antonio Cocolicchio OP

Seconda Meditazione: La Resurrezione

Anisoara Tatar

Terza Meditazione : L’Ascensione

Giulia Lombardi

Testi di riferimento:

Santa Caterina da Siena

Orazione 12

VIRTÙ DELLA PASSIONE

1. GRANDEZZA DI DIO E BASSEZZA DELLA CREATURA

O Dio eterno, alta ed eterna grandezza, tu sei grande e io sono piccola, e la mia bassezza non può giungere alla tua altezza, se non quando l’affetto e l’intelletto con la memoria s’innalzano dalla bassezza della mia umanità, e nella tua luce ti conoscono. Ma se guardo la tua altezza, ogni elevazione che la mia anima può fare fino a te è come una notte oscura paragonata al sole, come la luce della luna nei confronti della luce del sole. Per questo io, bassezza mortale, non posso giungere alla tua grandezza immortale. Ti posso gustare con l’affetto dell’amore, ma non ti posso vedere nella tua essenza. Tu hai detto: «Nessun uomo finché vive mi può vedere»; infatti l’uomo che vive nella propria sensualità e volontà non può vederti nell’affetto della tua carità. E se vivendo nella virtù in un certo modo ti può vedere, tuttavia non può vederti nella tua essenza mentre vive nel corpo mortale. Dunque è proprio vero che la mia bassezza non può elevarsi alla tua altezza, ma solamente gustare e vedere per mezzo del tuo specchio; e questa visione è con perfezione di carità, perché posso vedere perfettamente l’affetto della tua carità, ma non la tua essenza. E quando ho potuto giungere all’amore della tua carità che, sia pure diversamente dai beati, posso ricevere pur essendo nel corpo mortale? Quando venne la pienezza di quel tempo sacro che è tempo favorevole se la mia anima, da te illuminata, lo riconosce per quello che fu annunziato; quando venne il gran medico del mondo, il tuo Figlio unigenito; quando lo sposo si unì alla sposa, cioè la divinità del Verbo alla nostra umanità. Di questa unione fu strumento Maria, che vestì lo sposo eterno della sua umanità. Ma questo amore e unione erano così nascosti che pochi li conoscevano: perciò l’anima non considerava ancora bene la tua grandezza. Ma, come io vedo, l’anima venne a perfetta conoscenza dell’amore della tua carità nella tua luce, grazie alla passione del Verbo, perché allora il fuoco nascosto sotto la nostra cenere cominciò a manifestarsi largamente e pienamente, aprendo il suo corpo santissimo sul legno della croce. E affinché l’affetto dell’anima fosse attirato alle cose di lassù e l’occhio dell’intelletto scrutasse il fuoco, tu Verbo eterno hai voluto essere innalzato sulla croce, dove ci hai mostrato nel tuo sangue l’amore: nel tuo sangue hai mostrato la tua misericordia e magnanimità. In questo sangue hai mostrato anche quanto ti pesa la colpa dell’uomo. Nel sangue hai lavato la faccia della tua sposa, cioè l’anima, con la quale ti sei unito per l’unione della natura divina con la nostra natura umana. Nel sangue l’hai rivestita perché era nuda, e con la tua morte le hai reso la vita.

2. IL CANTO APPASSIONATO DELLA CROCE

O sospirata passione! Ma tu Verità eterna dici che non è desiderata né amata da chi ama se stesso, ma da chi si è spogliato di sé e si è rivestito dite, innalzandosi nella tua luce a conoscere l’altezza della tua carità. O amabile e beata passione, che nella tranquillità della pace fai correre l’anima sopra le onde del mare tempestoso! O dilettevole e dolcissima passione, o ricchezza dell’anima, o refrigerio degli afflitti, o cibo degli affamati, o porto e paradiso dell’anima, o vera allegrezza, o nostra gloria e beatitudine! L’anima che si gloria in te produce il suo frutto. E chi è che si gloria in te? Non colui che ha sottomesso la luce dell’intelletto all’amore sensibile, poiché costui non vede altro che la terra. O passione che guarisci ogni infermità, purché l’ammalato voglia essere curato, perché il tuo dono non ci ha tolto la libertà! Tu passione ridai la vita al morto: se l’anima si ammala per le tentazioni del demonio, tu la liberi; se viene perseguitata dal mondo, oppure tentata dalla propria fragilità, tu le sei rifugio, perché l’anima ha conosciuto in te non solo le opere del Verbo nella passione, che sono finite, ma anche ha gustato l’altezza della carità divina. Per te, passione, l’anima vuole ascoltare e conoscere la verità, inebriarsi e consumarsi nella carità di Dio grazie alla tua debolezza, che appare debolezza per la nostra umanità che in te ha patito, ma la cui altezza è grandissima per il mistero che venne da essa in virtù della divinità, con la quale l’anima eleva se stessa all’altezza della divinità, e così giunge al suo fine che altrimenti non potrebbe ottenere. O passione, l’anima che ha trovato rifugio in te è morta quanto alla sensualità, e perciò gusta l’amore della tua carità. Quanto è soave questa dolcezza, gustata dall’anima che entra nella corteccia del corpo, dove ha trovato la luce e il fuoco della carità vedendo la meravigliosa unione della divinità con la nostra umanità! E nella morte di Cristo l’anima e il corpo si separano, ma non la divinità. Guarda anima mia e vedrai il Verbo nella nostra umanità come in una nuvola, ma la divinità non riceve danno per la nuvola, cioè per le tenebre della nostra umanità, ma sta nascosto nel sole e lo splendore divino come il cielo sereno qualche volta sta nascosto dietro la nube. E chi mostra a noi questo? Il fatto che, dopo la morte, la divinità del Verbo rimase nel corpo di Cristo e, dopo la risurrezione, rese l’umanità da scura splendente, e da mortale immortale. Tu solo, passione, mostri la dottrina che deve seguire la creatura ragionevole. E sbagliano coloro che vogliono seguire i piaceri invece che le pene, perché nessuno giunge al Padre se non per il Figlio, e te Verbo non possiamo seguire se non ti gustiamo nell’amore delle sofferenze. E se l’anima non vuole patire le pene, allora è bene che le patisca per forza; ma se le vuole portare nella luce del sole che è Cristo, allora l’affetto dell’anima non è colpito da nessuna fatica, come la divinità nel Verbo non patì in nessun modo, perché sostenne volontariamente le fatiche. Dunque mostri in modo manifesto che, dal tempo favorevole della passione del Verbo, l’anima può conoscere l’amore di carità con la luce della grazia, e con questa luce veniamo a conoscere nel tempo la tua essenza eterna; attraverso l’infima passione conosciamo la tua altezza, non perché i tuoi misteri siano infimi – anzi, sono sublimi – ma per la tua infima umanità che ha patito.

3. L’ABBASSAMENTO DI DIO

O dolce ed eterno Dio, infinita sublimità! Poiché non potevamo elevare alla tua altezza il nostro infimo amore, né la luce dell’intelletto per la tenebra della colpa, tu, sommo medico, ci hai donato il Verbo con l’esca dell’umanità, e hai preso l’uomo e il demonio non in virtù dell’umanità, ma della divinità. E così facendoti piccolo hai fatto grande l’uomo, saziandoti di obbrobri l’hai riempito di beatitudine, patendo la fame l’hai saziato dell’amore della tua carità, spogliandoti della vita l’hai rivestito della grazia, lasciandoti disprezzare hai ridato a lui la dignità, conoscendo le tenebre nella tua umanità hai dato a lui la luce; disteso sulla croce lo hai abbracciato e gli hai fatto una caverna nel tuo costato, nella quale potesse trovare rifugio dai nemici e potesse conoscere la tua carità, perché per essa mostri che hai voluto dargli più di quanto potessi fare in qualsiasi altro modo. Lì ha trovato il bagno nel quale ha lavato la faccia della sua anima dalla lebbra della colpa.

4. SUPPLICA PER IL MONDO

O dolcissimo amore, o fuoco, o abisso di carità! O altezza incomprensibile! Quanto più guardo alla tua altezza nella passione del Verbo, tanto più la mia povera anima miserabile si vergogna perché non ti ha mai conosciuto, e questo perché sono ancora viva all’amore della sensualità e morta alla ragione. Ma piaccia oggi all’altezza della tua carità illuminare l’occhio del mio intelletto, e di coloro che m’hai dato per figli, e di tutte quante le creature umane. O Dio, amore mio, una cosa ti domando: nel tempo in cui il mondo era infermo tu hai mandato il tuo Figlio unigenito come medico, e so che questo l’hai fatto per amore. Ora vedo il mondo immerso totalmente nella morte, e così grande è questa tenebra che a questa vista la mia anima viene meno. Quale altro modo vi sarà ora per risuscitare un’altra volta questo morto, essendo tu Dio impassibile, e dato che stai per venire non più a riscattare il mondo, ma a giudicarlo? In che modo, dunque, si renderà la vita a questo morto? Io non credo, o infinita bontà, che a te manchino i rimedi; anzi, confesso che né il tuo amore manca, né la tua potenza è indebolita, né la tua sapienza è diminuita; e perciò tu vuoi, e puoi, e sai mandare il rimedio che occorre. Per cui ti supplico se piace alla tua bontà che tu mi mostri questo rimedio, e che la mia anima sia forte e pronta a prenderlo.

5. RISPOSTA

È vero che il tuo Figlio non verrà più se non nella maestà a giudicare, come è detto. Ma, come vedo, tu chiami “cristi” i tuoi servi, e con questo mezzo vuoi togliere la morte e ridare la vita al mondo. In che modo? Essi devono camminare decisamente per la via del Verbo, con sollecitudine e con desiderio ardente, volendo il tuo onore e la salvezza delle anime, e per questo sostenere pazientemente pene, tormenti, obbrobri e rimproveri da chiunque gli siano fatti: con queste sofferenze, che sono limitate, tu vuoi dare ristoro al loro desiderio infinito, cioè esaudire le preghiere e colmare i loro desideri. Ma se patissero solo corporalmente senza il desiderio dell’anima, non basterebbe né a loro, né agli altri, così come la passione del Verbo, senza la virtù della divinità, non avrebbe soddisfatto alla salvezza del genere umano. O redentore ottimo, dacci dunque di questi cristi, che vivano continuamente nelle veglie, nelle lacrime, nelle preghiere per la salvezza del mondo. Tu li chiami tuoi cristi perché sono conformati al tuo Figlio unigenito. Eterno Padre concedici di non essere ignoranti, ciechi o freddi, né che il nostro sguardo sia così oscurato da non vedere che noi stessi, ma dacci di conoscere la tua volontà. Ho peccato contro il Signore, pietà di me. Ti ringrazio, ti ringrazio perché tu hai dato ristoro alla mia anima sia per la conoscenza che mi hai dato del modo nel quale io possa conoscere l’altezza della tua carità essendo ancora nel corpo mortale, sia per il rimedio che vedo ordinato da te per liberare il mondo dalla morte. Allora non dormire più, miserabile anima mia che hai dormito durante tutta la tua vita! O inestimabile amore, la pena corporale dei tuoi servi otterrà in virtù del santo desiderio dell’anima, e questo otterrà per virtù del desiderio della tua carità. O misera anima mia, che non abbracci la luce, ma le tenebre! Alzati, rialzati dalle tenebre, svegliati, apri l’occhio dell’intelletto e guarda il tuo abisso nell’abisso della carità divina, perché se tu non vedi non puoi amare: quanto vedrai tanto amerai, e amando seguirai e ti vestirai della sua volontà. Ho peccato contro il Signore, pietà di me. Amen.

Orazione 13

CRISTO RESURREZIONE NOSTRA

S. Caterina offre se stessa per la salvezza della Chiesa. Essa contempla la perfezione dell’uomo nella mente del Creatore e piange il suo peccato, a causa del quale ha deviato dal progetto divino. Ma il Verbo incarnato ha riaperto la porta del regno celeste.

1. INVOCAZIONE

O resurrezione nostra! O resurrezione nostra! O alta ed eterna Trinità, sviscera l’anima mia. O redentore e resurrezione nostra, o eterna Trinità, o fuoco che continuamente bruci, che mai ti spegni, né vieni meno, né puoi diminuire, anche se tutto il mondo prende il tuo fuoco! O luce che dai luce, e nella tua luce vediamo! Nella tua luce vedo, e senza di essa non posso vedere, poiché tu sei colui che sei e io sono quella che non sono. Nella tua stessa luce conosco le mie necessità, quelle della tua Chiesa e di tutto il mondo; e poiché conosco nella tua luce ti domando questo: che tu consumi la mia anima per la salvezza di tutto il mondo. Io non posso produrre alcun frutto da me, ma per virtù della tua carità che è operatrice di tutti i beni. Così l’anima opera la sua salvezza e l’utilità del prossimo nell’abisso della tua carità, come la tua divinità, alta ed eterna Trinità, ha operato nella nostra umanità, cioè con lo strumento della nostra umanità, la quale con un atto finito ha dato a noi un frutto infinito, non in virtù dell’umanità, ma della tua divinità.

2. LA CREAZIONE

In questa virtù, o eterna Trinità, appaiono essere create tutte le cose che hanno esistenza, e viene da te ogni virtù spirituale e temporale che rimane nell’uomo. E hai voluto che l’uomo s’affatichi in esse operando col suo libero arbitrio. O Trinità eterna, o Trinità eterna, nella tua luce si vede che tu sei quel sommo ed eterno giardino che tiene racchiusi i fiori e i frutti, perché tu sei un fiore di gloria che dai gloria a te stesso, dai frutto a te stesso, e non puoi riceverlo da nessun altro, perché se potessi riceverlo da qualcun altro, allora non saresti Dio eterno e onnipotente, perché chi ti desse questo non verrebbe da te. Ma tu sei gloria e frutto a te stesso, e i frutti che ti dà la tua creatura vengono da te, e da te riceve per poter restituire. Nel giardino del tuo seno era rinchiuso l’uomo, o eterno Padre: tu lo hai formato dalla tua santa mente come un fiore distinto in tre facoltà dell’anima, e in ciascuna hai posta la pianta perché potessero fruttificare nel tuo giardino ritornando a te col frutto che gli hai dato. E tu ritornavi nell’anima riempiendola della tua beatitudine, nella quale l’anima sta come il pesce nel mare e il mare nel pesce. Tu le hai dato la memoria perché potesse conservare i tuoi benefici, e così producesse il fiore della gloria del tuo nome e il frutto dell’utilità per sé. Gli hai dato anche l’intelletto perché intendesse la tua verità e la tua volontà, che cerca solamente la nostra santificazione, affinché producesse il fiore della gloria e poi il frutto della virtù. E gli hai dato la volontà perché potesse amare quello che l’intelletto ha visto e la memoria ha conservato. E se guardo te, luce, eterna Trinità, l’uomo ha perduto questo fiore, cioè la grazia, per la colpa commessa, per la quale poi non poteva più renderti gloria in quel modo e per il fine per il quale lo avevi creato. Per la colpa tu non entravi alla tua gloria nel modo ordinato dalla tua verità; il tuo giardino era chiuso, e per questo non potevamo ricevere i tuoi frutti.

3. LA REDENZIONE

Perciò hai fatto portinaio il Verbo, cioè il tuo unigenito, a cui hai dato la chiave della divinità e la mano dell’umanità; e le hai congiunte insieme perché aprissero la porta della tua grazia, perché la divinità non poteva aprire senza l’umanità – la quale aveva chiuso con il peccato del primo uomo – né la semplice umanità poteva aprire senza la divinità, poiché il suo atto non poteva riparare l’offesa commessa contro il bene infinito, e alla colpa doveva seguire la pena; per cui nessun altro modo era sufficiente. O dolce portinaio, o umile agnello, tu sei quell’ortolano che, avendo aperto le porte del giardino celeste, cioè del paradiso, porgi a noi i fiori e i frutti dell’eterna divinità. E ora so con certezza che tu hai detto la verità quando, apparendo lungo la via a due tuoi discepoli in forma di pellegrini, hai manifestato loro che così bisognava che patisse Cristo e che entrasse nella sua gloria per la via della croce, mostrando loro che così era stato profetizzato da Mosè, Elia, Isaia, Davide e gli altri che avevano profetizzato dite. E aprivi loro il senso delle Scritture, ma essi non ti capivano perché il loro intelletto era offuscato ; invece tu ti capivi. Qual era la tua gloria, o dolce e amabile Verbo? Eri tu stesso: perché entrassi in te stesso bisognava che tu patissi. Amen.

Lettere

Lettera 164

A monna Melina donna di Bartolomeo Barbani da Lucca.

Al nome di Gesù Cristo Crocifisso e di Maria dolce, madre del Figlio di Dio. A te, figlia in Cristo Gesù, io Caterina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo e conforto voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi unite e transformate nel fuoco della divina carità, sì e per sì-fatto modo che non sia creatura né veruna altra cosa che da essa carità vi parta. Sai, diletta e cara figlia mia, che a volere unire due cose insieme non conviene che vi sia mezzo, ché se mezzo v’è, non può essere perfetta unione. Or così ti pensa che Dio vuole l’anima: senza mezzo d’amore proprio di sé o di creatura, poiché Dio ama noi senza veruno mezzo; largo e liberale amò per grazia e non per debito, amando senza essere amato. Di questo amore non può amare l’uomo, poiché egli è sempre tenuto d’amare di debito, participando e ricevendo sempre i beneficii di Dio e la bontà sua in lui. Doviamo dunque amare del secondo amore, e questo sia sì netto e libero che nessuna cosa ami fuore di Dio, né creatura né cosa creata, né spiritualmente né temporalmente. E se tu mi dici: Come posso avere questo amore? dicoti, figlia, che noi nol possiamo avere, né trare altro che dalla fonte della prima Verità. A questa fonte trovarai la dignità e bellezza dell’anima tua: vedrai lo Verbo, Agnello dissanguato, che ti s’è dato in cibo e in prezzo, mosso solo dal fuoco della sua carità, non per servizio che avesse ricevuto da l’uomo, ché non n’aveva avuto altro che offesa. Dico Perciò che l’anima, raguardando in questa fonte, assetata e affamata della virtù, beie subito, non vedendo né amando sé per sé, né veruna cosa per sé: ogni cosa vede nella fonte della bontà di Dio, e per lui ama ciò che ama, e senza lui nulla. Or come potrebbe allora l’anima, che ha veduta tanta smisurata bontà di Dio, tenersi che non amasse? A questo parbe che la prima dolce Verità c’invitasse, quando gridò nel tempio con ardore di cuore, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, ché sono fonte d’acqua viva» (Jn 7,37). Vedi, figlia, che gli assetati sono invitati; non dice: chi non ha sete, ma: chi ha sete. Richiede dunque Dio che noi portiamo lo vasello del libero arbitrio con sete e volontà d’amare. Andiamo all’amore della dolce bontà di Dio, come detto è, e in questa fonte trovaremo lo cognoscimento di noi e di Dio; nel quale attufando lo vasello suo, ne trarrà l’acqua della divina grazia, la quale è sufficiente a dargli la vita durabile. Ma pensa che per la via non potremmo andare col mezzo del peso, e però non voglio che tu ti vesta d’amore di me, né di veruna creatura, se non di Dio. Questo ti dico perché ho udito, secondo che mi scrivi, la pena che sostenesti della mia partita: voglio che impari dalla prima dolce Verità, che non lassò per tenerezza di madre, né per veruno dei discepoli suoi, che non corrisse, come inamorato, all’obrobiosa morte della croce, lassando Maria i discepoli suoi, e non di meno gli amava smisuratamente; che per più onore di Dio e salute della creatura si partivano, perché non attendevano a loro medesimi ma rifiutavano le consolazioni proprie, per loda e gloria di Dio, sì come mangiatori e gustatori delle anime. Debbi credare che, al tempo che egli erano tanto tribulati, sarebbero stati volentieri con Maria, ché sommamente l’amavano; e non di meno tutti si partono perché non amano loro per loro, né lo prossimo per loro, né Dio per loro, ma amavanlo perché era degno d’amore e sommamente buono: ogni cosa, e il prossimo e loro, amavano in Dio. Or a questo modo tu e l’altre voglio che amiate; raguardatemi solo in dare l’onore a Dio, e dare la fatica al prossimo vostro. Ché, perché egli vi paia alcuna malagevolezza di vedere partita quella cosa che altri ama, non di meno ella si piglia senza tedio, se egli è vero amore, fondato solo nell’onore di Dio, e raguarda più alla salute delle anime che a sé medesimo.

Fate, fate che io non vegga più pene, poiché questo sarebbe uno mezzo che non vi lassarebbe unire né conformare con Cristo. Considerando me che Dio, come egli s’è dato libero, così richiede, e però dissi che io volevo che tu e l’altre care figlie mie fuste unite e trasformate in Dio per amore, traendone ogni mezzo che l’avesse a impedire: solo lo mezzo della divina carità, che è quello dolce e glorioso mezzo che non divide ma unisce. E veramente pare che faccia come lo maestro che edifica lo muro, che rauna molte pietre e combaciale insieme, e insiememente è chiamato pietra e muro; e questo ha fatto col mezzo della calcina: se non v’avesse posto lo mezzo, sarebbero cadute, partite e rotte più che mai. Or così ti pensa che l’anima nostra debba raunare tutte le creature, e unirsi con loro per amore e desiderio della salute loro, sì che sieno participi del sangue dell’Agnello; allora si conserva questo muro: sono molte creature e sono una. A questo parbe che c’invitasse santo Paulo, quando disse che molti corrono lo palio, e uno è quelli che l’ha (1Co 9,24), cioè colui che ha preso questo mezzo della divina carità. Ma tu potresti dire a me come dissero i discepoli a Cristo, quando disse: «Uno poco starete e voi non mi vedrete, e uno poco e voi mi vedarete». Essi risposero: Che farà costui? che dice egli: «Uno poco e voi non mi vedarete, e uno poco e voi mi vedarete»? Così potreste dire voi: Tu ci dici che Dio non vuole mezzo, e ora dici che noi poniamo lo mezzo. Rispondoti e così ti dico, che tu vadi col mezzo del fuoco della divina carità, lo quale è quello mezzo che non è mezzo, ma fassi una cosa con lui, sì come lo legno che si mette nel fuoco. Dirai tu che lo legno sia legno? no, anco è fatto una cosa col fuoco. Ma se metteste lo mezzo dell’amore proprio di voi medesime, questo sarebbe quello mezzo che vi tolle Dio, e non di meno è non nulla, poiché il peccato è nulla, e in altro non sono fondati i peccati se non nell’amore proprio e piaceri e diletti fuore di Dio; ché, come dalla carità procede e dà vita ogni virtù, così da questo procede ogni vizio e dà morte, e consuma ogni virtù nell’anima. E però ti dissi che Dio non vuole mezzo, e ogni amore che non è fondato nel vero mezzo non dura. Corrite, dilette figlie mie, e non più dormiamo. Ho avuta compassione alle vostre pene, e però vi dò questo remedio, che voi amiate Dio senza mezzo. E se volete lo mezzo di me misera miserabile, vogliovi insegnare dove voi mi troviate, affinché non vi partiate da questo vero amore: andatevene a quella dolcissima e venerabile croce, con quella dolce inamorata Magdalena: ine trovarete l’Agnello e me, dove si potrà pascere e notricare e adempire i vostri desiderii. A questo modo voglio che voi mi cerchiate, me e ogni cosa creata; questo sia lo gonfalone e il refrigerio vostro. E non pensate che, perché il corpo si dilunghi da voi, che sia dilungato l’affetto e la sollicitudine della salute vostra; anco è più, fuore de la presenza corporale, che ne la presenza. Non sapete voi ch’i discepoli santi ebbero più, doppo la partita del maestro, sentimento e cognoscimento di lui che prima? Poiché tanto si dilettavano de l’umanità che non cercavano più oltre. Ma poi che la presenza si fu partita, egli si dêro a intendare e cognosciare la bontà sua. E però disse la prima verità: «Egli è bisogno che io vada, altrimenti lo Paraclito non verrebbe a voi». Così dico io: egli era bisogno che io mi partisse da voi, affinché vi deste a cercare Dio in verità e non con mezzo. Dicovi che n’avarete meglio poi che prima, intrando dentro da voi a pensare le parole e la dottrina che vi fu data: a questo modo ricevarete la plenitudine della grazia per essa grazia di Dio. Non scrivo più perché io non ho più tempo da scrivare. Mandola principalmente a te, Melina, e poi a Caterina e a monna Giovanna e a monna Chiara e a monna Bartalomea e a monna Lagina e a monna Colomba. Confortatevi da parte di tutte. Rimanete nella santa e dolce carità di Dio. 

Lettera 240

A monna Lapa sua madre, prima che tornasse da Vignone.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce. Carissima madre in Cristo dolce Gesù, la vostra indegna e miserabile figlia Caterina vi conforta nel prezioso sangue del Figlio di Dio. Con desiderio ho desiderato di vedervi madre vera, non solamente del corpo ma de l’anima mia, considerando me ch’esendo voi amatrice più dell’anima che del corpo, morrà in voi ogni disordenata tenerezza, e non vi sarà tanta fatica lo partire della presenza mia corporale; ma vi sarà più tosto consolazione, e vorrete per onore di Dio portare ogni fatica di me, considerando che si facci l’onore di Dio. Facendo l’onore di Dio, non è senza acrescimento di grazia e di virtù ne l’anima mia: sì ch’è bene vero ch’esendo voi, dolcissima madre, amatrice più de l’anima che del corpo, sarete consolata e non sconsolata. Io voglio che impariate da quella dolce madre Maria, che per onore di Dio e salute nostra ci donò il Figlio, morto in sul legno della santissima croce. E rimanendo Maria sola, poi che Cristo fu salito in cielo, rimase coi discepoli santi: e poniamo che Maria i discepoli avessero grande consolazione e il partire fusse sconsolazione, nondimeno, per gloria e lode del Figlio suo e per bene di tutto l’universo mondo, ella consentì; e vuole ch’eglino si partano. E più tosto elege la fatica del partire loro che la consolazione de lo stare, solo per l’amore ch’ella aveva a l’onore di Dio e a la salute nostra. Ora da lei voglio che impariate, carissima madre. Voi sapete che a me conviene seguire la volontà di Dio; e io so che voi volete ch’io la seguiti: sua volontà fu ch’io mi partissi, la quale partita non è stata senza misterio, né senza frutto di grande utilità. Sua volontà è stata ch’io sia stata, e non per volontà d’uomo, e chi dicesse il contrario, è lo falso e non è la verità. E così mi converrà andare, seguitando le vestigie sue in quel modo e a quel tempo che piacerà alla sua inestimabile bontà. Voi, come buona e dolce madre, dovete esser contenta e non sconsolata, portare ogni fatica per onore di Dio e salute vostra e mia. Ricordomi che per li beni temporali voi lo faciavate, quando i vostri figli si partivano da voi per acquistare la richezza temporale; ora, per acquistare vita eterna, vi pare di tanta fatica che dite che v’andarete a dilequiare se tosto io non vi rispondo. Tutto questo v’adiviene perché voi amate più quella parte ch’io ho tratta da voi, che quella ch’io ho tratta da Dio, cioè la carne vostra, de la quale mi vestiste. Levate levate un poco lo cuore e l’affetto vostro in quella dolce e santissima croce, dove viene meno ogni fatica; vogliate portare un poco di pena finita per fugire la pena infinita, che meritiamo per li nostri peccati. Or vi confortate per amore di Cristo crocifisso, e non crediate d’essere abandonata né da Dio né da me, anco sarete consolata e ricevarete piena consolazione; e non è tanta stata la pena, quanto sarà maggiore lo diletto. Tosto ne verremo, per la grazia di Dio; e non saremo ora a venire, se non fusse lo ‘mpedimento che abiamo avuto della infermità grave di Neri, e anco lo maestro Giovanni e frate Bartolomeo sono stati infermi etc. Altro non dico. Racomandateci etc. Rimanete etc. Gesù dolce etc.

 

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