Arciconfraternita di Santa Caterina – Il Mistero Pasquale: La Resurrezione – Anisoara Tatar

Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena – Il Mistero Pasquale in Santa Caterina

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Orazione 13

CRISTO RESURREZIONE NOSTRA

  1. Caterina offre se stessa per la salvezza della Chiesa. Essa contempla la perfezione dell’uomo nella mente del Creatore e piange il suo peccato, a causa del quale ha deviato dal progetto divino. Ma il Verbo incarnato ha riaperto la porta del regno celeste.
  2. INVOCAZIONE
    O resurrezione nostra! O resurrezione nostra! O alta ed eterna Trinità, sviscera l’anima mia. Caterina inizia la sua orazione con l’invocazione alla risurrezione, identificata con la Trinità, quale soggetto della risurrezione di Cristo, che come dice san Tommaso nel supplemento q.75 del compendio e come la stessa Caterina ripete nella frase seguente, cioè si rivolge a Cristo con i due attributi “redentore e resurrezione nostra”, perché egli è la causa della nostra risurrezione con la sua resurrezione.
    O redentore e resurrezione nostra, o eterna Trinità, o fuoco che continuamente bruci, che mai ti spegni, né vieni meno, né puoi diminuire, anche se tutto il mondo prende il tuo fuoco! —Ma Cristo è anche “fuoco” che tutti scalda senza distruggere; è “luce” in cui come comunità vediamo ( rischiamo alla notte di pasqua quando la comunità è chiamata a prendere la luce nuova che è Cristo risorto) e ogni anima vede, cioè conosce sé stessa. Vedere =   Una conoscenza non sensibile ma una conoscenza delle necessità spirituale, non solo particolari relativi al singolo soggetto, ma anche a quelle della Chiesa e di tutto il mondo , riferito a quelle creatore che hanno in esse ragione. Tale conoscenza porta alla conclusione che “Tu sei colui che sei e io sono quella che non sono” e da questa conoscenza sgorga l’atto generoso con la richiesta dell’anima di (Caterina) “sviscerarla e consumarla” per la salvezza di tutto il mondo, come leggiamo nei passi successivi.
    O luce che dai luce, e nella tua luce vediamo! Nella tua luce vedo, e senza di essa non posso vedere, poiché tu sei colui che sei e io sono quella che non sono.
    Nella tua stessa luce conosco le mie necessità, quelle della tua Chiesa e di tutto il mondo; e poiché conosco nella tua luce ti domando questo: che tu consumi la mia anima per la salvezza di tutto il mondo. Io non posso produrre alcun frutto da me, ma per virtù della tua carità che è operatrice di tutti i beni. —Nel capoverso seguente Caterina fa un paragone tra l’anima e la divinità nell’opera della salvezza; cioè sia l’anima che la divinità hanno lo stesso scopo o fine che è quello della salvezza, con le sostanziali differenze. Il Verbo, attraverso lo strumento dell’umanità ha operato la nostra salvezza. L’ anima, attraverso l’abisso della carità, quale mezzo che riceve da Dio, opera la sua salvezza e l’utilità del prossimo.
    Così l’anima opera la sua salvezza e l’utilità del prossimo nell’abisso della tua carità, come la tua divinità, alta ed eterna Trinità, ha operato nella nostra umanità, cioè con lo strumento della nostra umanità, la quale con un atto finito ha dato a noi un frutto infinito, non in virtù dell’umanità, ma della tua divinità.
  3. LA CREAZIONE
    Ci possiamo domandare . Perché Caterina parla della creazione e della redenzione in un’orazione che tratta della risurrezione? La risposta la troviamo nella lettura di questo testo denso di teologia spiegata attraverso immagini e metafore. Per la nostra santa è fondamentale partire dalla creazione quale oggetto di redenzione per arrivare alla resurrezione quale condizione nuova dei figli di Dio.

In questa virtù, o eterna Trinità, appaiono essere create tutte le cose che hanno esistenza, e viene da te ogni virtù spirituale e temporale che rimane nell’uomo. E hai voluto che l’uomo s’affatichi in esse operando col suo libero arbitrio.
O Trinità eterna, o Trinità eterna, nella tua luce si vede che tu sei quel sommo ed eterno giardino che tiene racchiusi i fiori e i frutti, perché tu sei un fiore di gloria che dai gloria a te stesso, dai frutto a te stesso, e non puoi riceverlo da nessun altro, perché se potessi riceverlo da qualcun altro, allora non saresti Dio eterno e onnipotente, perché chi ti desse questo non verrebbe da te. Ma tu sei gloria e frutto a te stesso, e i frutti che ti dà la tua creatura vengono da te, e da te riceve per poter restituire.
Nel giardino del tuo seno era rinchiuso l’uomo, o eterno Padre: tu lo hai formato dalla tua santa mente come un fiore distinto in tre facoltà dell’anima, e in ciascuna hai posta la pianta perché potessero fruttificare nel tuo giardino ritornando a te col frutto che gli hai dato. E tu ritornavi nell’anima riempiendola della tua beatitudine, nella quale l’anima sta come il pesce nel mare e il mare nel pesce.
Tu le hai dato la memoria perché potesse conservare i tuoi benefici, e così producesse il fiore della gloria del tuo nome e il frutto dell’utilità per sé.
Gli hai dato anche l’intelletto perché intendesse la tua verità e la tua volontà, che cerca solamente la nostra santificazione, affinché producesse il fiore della gloria e poi il frutto della virtù.
E gli hai dato la volontà perché potesse amare quello che l’intelletto ha visto e la memoria ha conservato.
E se guardo te, luce, eterna Trinità, l’uomo ha perduto questo fiore, cioè la grazia, per la colpa commessa, per la quale poi non poteva più renderti gloria in quel modo e per il fine per il quale lo avevi creato. Per la colpa tu non entravi alla tua gloria nel modo ordinato dalla tua verità; il tuo giardino era chiuso, e per questo non potevamo ricevere i tuoi frutti.
3. LA REDENZIONE
Perciò hai fatto portinaio il Verbo, cioè il tuo unigenito, a cui hai dato la chiave della divinità e la mano dell’umanità; e le hai congiunte insieme perché aprissero la porta della tua grazia, perché la divinità non poteva aprire senza l’umanità – la quale aveva chiuso con il peccato del primo uomo – né la semplice umanità poteva aprire senza la divinità, poiché il suo atto non poteva riparare l’offesa commessa contro il bene infinito, e alla colpa doveva seguire la pena; per cui nessun altro modo era sufficiente.
O dolce portinaio, o umile agnello, tu sei quell’ortolano che, avendo aperto le porte del giardino celeste, cioè del paradiso, porgi a noi i fiori e i frutti dell’eterna divinità. E ora so con certezza che tu hai detto la verità quando, apparendo lungo la via a due tuoi discepoli in forma di pellegrini, hai manifestato loro che così bisognava che patisse Cristo e che entrasse nella sua gloria per la via della croce, mostrando loro che così era stato profetizzato da Mosè, Elia, Isaia, Davide e gli altri che avevano profetizzato dite. E aprivi loro il senso delle Scritture, ma essi non ti capivano perché il loro intelletto era offuscato ; invece tu ti capivi.
Qual era la tua gloria, o dolce e amabile Verbo? Eri tu stesso:
perché entrassi in te stesso bisognava che tu patissi. Amen.

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