Mercoledì Cateriniani 2018

Mercoledì cateriniani 2018

dal 21 febbraio alle ore 18

Convento Santa Maria sopra Minerva

Piazza della Minerva, 42- Roma

Discernimento e innamoramento

Verso il Sinodo dei Vescovi 2018
Discernimento e innamoramento
Un itinerario di fede con santa Caterina da Siena

In preparazione alla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si celebrerà nel prossimo mese di ottobre, tutta la Chiesa è chiamata ad accompagnare questo cammino di riflessione e di preghiera su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
I giovani non sono soltanto “risorse umane” da utilizzare, ma sono il dono di un Creatore che ha a cuore il futuro del mondo, affidato agli uomini e alle donne di domani.
Fra le diverse generazioni occorre quindi attivare un dialogo vissuto non solo con empatia ma con la consapevolezza delle sfide che le nuove generazioni dovranno responsabilmente affrontare, in un futuro di grandi cambiamenti che è ormai cominciato e che ci chiede attenzione, discernimento e passione.
L’identità dell’uomo nuovo inaugurato da Cristo è chiamata oggi a svilupparsi e a operare negli scenari del postumano e del transumano. Ma in ogni epoca della storia il compito di una nuova generazione è innovativo all’interno di una data società.
Così anche Caterina da Siena, che ha affidato alla Chiesa del suo tempo un’esperienza di fede fortemente umanante, la offre a tutti coloro che in futuro si sarebbero “specchiati” (Dialogo 167) nell’insegnamento da lei ricevuto e trasmesso.

Elena Malaspina, Presidente del CISC

 

Il Programma completo: Depliant_Mercoledì_Cateriniani 2018

Mercoledì 21 febbraio 2018
1. CHI SEI TU E CHI SONO IO?

Padre Antonio Cocolicchio OP

Mercoledì 21 febbraio 2018
1. CHI SEI TU E CHI SONO IO?

Presentazione del tema di Elena Malaspina: 

“Vorrei dire a chi ha perso la forza di cercare, è stanco, a chi, sovrastato dalle
oscurità della vita, ha spento il desiderio: alzati, coraggio, la luce di Gesù sa vincere le tenebre più oscure; alzati, coraggio!
(…) Chi vuole la luce, infatti, esce da sé e cerca: non rimane al chiuso, fermo
a guardare cosa succede attorno, ma mette in gioco la propria vita; esce da
sé. La vita cristiana è un cammino continuo, fatto di speranza, fatto di
ricerca”

(Papa Francesco, 6.1.2017).

“Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla
tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti
indicherò» (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono
parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non
conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso
vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri
cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo”

(Lettera di Papa Francesco ai giovani, 13.1.2017)

Mettendosi in ascolto della voce di Dio dentro di sé Caterina da Siena si sentì spinta a un’esperienza di fede vissuta come innamoramento: non passeggero, ma fermo nella speranza. Ogni innamoramento affranca da un’esistenza autocentrata, ma quando si tratta di fede e di speranza, il centro e fondamento è Dio: da Lui riceviamo l’amore e diventiamo capaci di amare. In Lui perciò tutto il nostro essere si raccoglie e si unifica anche nella dispersione dei tanti interessi e delle tante cose da fare:

“Si slarghi, figliola, il tuo cuore, e apri l’occhio dell’intelletto col lume della fede, a vedere con quanto amore e provvidenza Io ho creato e armonizzato l’uomo in modo che goda del mio sommo ed eterno bene. (…) Ho detto a te tutto questo, che dentro all’anima riguarda la vostra salvezza, per farti innamorare e vestire col lume della fede, con ferma speranza nella mia provvidenza, e perché tu getti te fuori di te, e in ciò che tu hai da fare speri in me” (S. Caterina da Siena, Dialogo, c. 148).

C’è qui un invito a “gettarsi fuori da se stessi”, con il coraggio che è indispensabile per tuffarsi nel mare: non si tratta però di un’evasione alienante, che ci esonererebbe dalla serietà dell’impegno, dalla fedeltà al quotidiano. Se dunque sant’Agostino insegnava (De vera religione 39) «a non uscir fuori, a rientrare in se stessi», santa Caterina trovava in tale esperienza una realistica conoscenza di sé: «state nascosti nel conoscimento di voi, e non state fuori di voi» (Lettera 219). Solo così l’uscire da noi stessi ci porta a confrontarci con Dio e con il suo amore per noi, un amore senza misura, in cui troviamo spazio per noi e per gli altri:

“Se l’anima non si leva, non apre gli occhi e non si pone come obiettivo la smisurata bontà e amore che Dio dimostra alla sua creatura, mai verrebbe a tanta larghezza e perfezione, ma sarebbe tanto stretto, che non avrebbe spazio né per sé né per il prossimo” (S. Caterina da Siena, Lettera 204).

Siamo fatti per amare, e l’amore assolutamente gratuito, quello di Dio per noi, è il modello che sentiamo autentico, al di là delle nostre ipocrisie, compromessi, incoerenze e malcelati egoismi. Questa liberazione della nostra capacità di amare non è impossibile: si realizza mettendosi a tu per tu con Dio, cioè conoscendo se stessi e gli altri alla luce di Colui che è la fonte del nostro essere.
Siamo oggi sempre più assorbiti dalla dimensione selfie della vita e i social spesso non fanno che dilatarne il campo. Ma per conoscerci e realizzare la nostra identità profonda abbiamo costantemente bisogno di un tu – reale e non solo virtuale – con cui confrontarci: è questo che ci costituisce come persone, conoscendo noi stessi senza affondare nella solitudine dell’anonimato. Così la scoperta della paternità di Dio è anche scoperta del nostro essere figli nel Figlio: una relazione interpersonale che dà un respiro nuovo alla nostra vita, perché Dio ci vede e ci conosce in Se stesso, non nei limiti angusti e transitori con cui noi conosciamo noi stessi e gli altri. Così nessuna situazione personale, familiare o sociale può estraniarci dal grande progetto di amore con cui il Padre vuole riunire i suoi figli, facendo della Chiesa il prolungamento della sua incarnazione nella storia e il lievito della sua presenza nel mondo.
Caterina pregava così:

“O alta eterna Trinità, amore inestimabile! E se Tu mi dici ‘figliola’, anch’io dico a Te ‘sommo ed eterno Padre’. E così come tu mi dài Te stesso, comunicandomi del corpo e del sangue dell’unigenito tuo Figlio, dove Tu mi dài tutto Dio e tutto uomo, così, amore inestimabile, ti domando che Tu mi renda partecipe del corpo mistico della santa Chiesa e del corpo universale della religione cristiana, perché nel fuoco della tua carità ho conosciuto che di questo cibo vuoi che l’anima si diletti.
Tu, Dio eterno, vedesti e conoscesti me in Te, e perché Tu mi vedesti nel lume tuo, perciò, innamorato della tua creatura, la traesti da Te e la creasti a tua immagine e somiglianza; ma per questo io, creatura tua, non conoscevo Te in me se non in quanto io vedevo in me la tua immagine e somiglianza. Ma perché io vedessi e conoscessi Te in me e così avessimo perfetto conoscimento di Te, Tu unisti Te a noi, discendendo dalla grande altezza della tua divinità fino alla bassezza del fango della nostra umanità. Siccome la bassezza del mio intelletto non poteva comprendere né guardare l’altezza tua, per questo, perché con la mia piccolezza io potessi vedere la grandezza tua, Tu ti facesti piccolo, rinchiudendo la grandezza della tua divinità nella piccolezza della nostra umanità; e così ti sei manifestato a noi nel Verbo, che è l’unigenito tuo Figlio. Così ho conosciuto Te, abisso di carità in me, in questo Verbo (S. Caterina da Siena, Orazione 4).

“Conosci te stesso”, consigliava il celebre oracolo di Delfi a chi entrava nel santuario di Apollo. Quasi a dire che solo aprendosi alla relazione con Dio l’uomo conosce veramente se stesso: l’identità di Adamo è tutta nel dito proteso che è sfiorato dal dito del suo Creatore, nel celebre affresco michelangiolesco. Alla fonte della “prima Verità”, ci dice Caterina, troviamo la verità di noi stessi e di ogni creatura – “A questa fonte troverai la dignità e bellezza dell’anima tua” (Lettera 164) – e da qui muove il suo dialogo con il Padre:

“Nella natura tua, o Dio eterno, conoscerò la natura mia. E quale è la natura mia, amore inestimabile? è il fuoco, perché Tu non sei altro che fuoco d’amore, e di questa natura hai dato all’uomo perché per fuoco d’amore l’hai creato. E così tutte le altre creature e tutte le cose create le hai fatte per amore” (S. Caterina da Siena, Orazione 22).

Per ascoltare la conferenza di Padre Antonio Cocolicchio OP:

Per ascoltare la successiva discussione:

 

Mercoledì 28 febbraio 2018

 IL LUME DELLA FEDE

Anisoara Tatar

Depliant_Mercoledì_Cateriniani 2018

Riconoscere e mettere a fuoco la vera identità di ogni persona umana, al di là delle sovrastrutture e alterazioni che possono averne appannato l’immagine impressa dal Creatore, consente di scoprire e gustare il sapore della vita in qualunque situazione. Il lume della fede rende possibile percorrere questa via, e Caterina a conclusione del suo dialogo con il Padre gliene chiede il dono; lo fa non solo per sé, ma per tutti coloro che in quel suo libro si vedranno immagine di Dio e cercheranno il senso della propria stessa vita:

 

“Nel tuo lume m’hai dato lume: nella tua sapienza ho conosciuto la verità, nella tua clemenza ho trovato la tua carità e dilezione del prossimo. Chi T’ha costretto? Non le mie virtù, ma solo la carità tua.

Questo medesimo amore ti costringa ad illuminare l’occhio del mio intelletto con il lume della fede, in modo che io conosca la verità tua manifestata a me. Dammi che la memoria sia capace di ritenere i tuoi benefici, e la volontà arda nel fuoco della tua carità.

Questa stessa cosa ti chiedo di cuore per ogni creatura che ha in sé ragione, in comune e in particolare, e per il corpo mistico che è la santa Chiesa. Io confesso, e non lo nego, che Tu m’amasti prima che io fossi e che Tu m’ami ineffabilmente, come pazzo della tua creatura.

(…) Io ho gustato e veduto, col lume dell’intelletto, nel lume tuo l’abisso tuo, Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. E così, guardando me in Te, mi vidi essere immagine tua: perché Tu mi rendi partecipe della potenza di Te, Padre eterno, e della sapienza tua nell’intelletto, ed essa è appropriata all’unigenito tuo Figlio; lo Spirito Santo, che procede da Te e dal Figlio tuo, m’ha dato la volontà, e così sono capace di amare.

Tu, Trinità eterna, sei creatore ed io, tua creatura, ho conosciuto, nella ri-creazione che mi facesti nel sangue del tuo Figlio, che Tu sei innamorato della bellezza della tua creatura.

O abisso, o deità eterna, o mare profondo! E che più potevi dare a me che dare Te stesso? Tu sei fuoco che sempre ardi e non consumi, Tu sei fuoco che consumi nel tuo calore ogni amore egoistico dell’anima, Tu sei fuoco che togli ogni freddezza, Tu illumini. Col lume tuo m’hai fatto conoscere la tua verità: Tu sei quel lume sopra ogni lume che dài lume soprannaturale all’occhio dell’intelletto, in tanta abbondanza e perfezione che Tu rischiari il lume che è la fede. Nella fede vedo che l’anima mia ha vita, e in questo lume riceve Te, lume.

Nel lume della fede acquisto la sapienza, mediante la sapienza che è il Verbo, tuo Figlio; nel lume della fede sono forte, costante e perseverante; nel lume della fede spero: non mi lascia venire meno nel cammino. Questo lume m’insegna la via, e senza questo lume camminerei in mezzo alle tenebre: e perciò ti dissi, Padre eterno, che Tu m’illuminassi con il lume che è la santissima fede.

Veramente questo lume è un mare, perché nutre l’anima in Te, mare pacifico, Trinità eterna. L’acqua non è torbida, e perciò non c’è timore, perché si conosce la verità; è distillata, perché manifesta le cose occulte, e così, dove abbonda l’abbondantissimo lume della fede in Te, quasi rende certa l’anima di quello che crede. È uno specchio, per mezzo del quale Tu, Trinità eterna, mi fai conoscere: perché guardando in questo specchio, tenendolo con la mano dell’amore, esso rende me, che sono tua creatura, presente in Te, e Te in me, per l’unione che facesti della deità con l’umanità nostra.

In questo lume conosco ed esso mi rende presente Te, sommo e infinito bene: bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile e bene inestimabile, bellezza sopra ogni bellezza, sapienza sopra ogni sapienza; anzi, Tu sei la sapienza stessa. Tu, cibo degli angeli, con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini. Tu, veste che ricopri ogni nudità, pasci gli affamati con la dolcezza tua: sei dolce senza niente di amaro.

O Trinità eterna, nel lume tuo, che hai dato a me, io ricevendolo mediante il lume che è la santissima fede, attraverso molte e sorprendenti illuminazioni ricevute dalle tue spiegazioni, ho conosciuto la via della grande perfezione, in modo che con lume e non con tenebre io serva a Te, sia specchio di buona e santa vita, e mi levi dalla miserabile vita mia, perché sempre, per mio difetto, t’ho servito in tenebre. Non ho conosciuto la tua verità e perciò non l’ho amata. Perché non ti conobbi? Perché io non Ti vidi col glorioso lume che è la santissima fede, perché la nuvola dell’amore proprio offuscò l’occhio del mio intelletto. E Tu, Trinità eterna, col lume tuo dissolvesti la tenebra.

E chi potrà raggiungere la tua altezza e renderti grazie di tanto smisurato dono e larghi benefici quanti Tu hai dati a me, cioè la dottrina della verità che Tu m’hai data? Questa dottrina è una grazia particolare, oltre alla generale che Tu dài alle altre creature: hai voluto accondiscendere alla necessità mia e delle altre creature che dentro ci si specchieranno.

Tu rispondi, Signore: Tu medesimo hai dato e tu medesimo rispondi e soddisfa, infondendo un lume di grazia in me, in modo che con questo lume io ti renda grazie. Vestimi, vestimi di Te, Verità eterna, sì che io corra questa vita mortale con vera obbedienza e col lume che è la santissima fede, un lume con il quale pare che in modo nuovo inebri l’anima mia. Deo gratias. Amen.

S. Caterina da Siena, Dialogo, c. 167

Per ascoltare la meditazione di Anna Tatar e la successiva discussione

Mercoledì 7 marzo 2018

Cosmo universale e microcosmo umano: quale armonia?

Alejandro  Linares Monico e Diana Gil

«Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo tutto quanto il mondo con tanto ordine che nessuna cosa vi manca e nessuno ci può fare aggiunte. Nell’anima e nel corpo in tutto ho provveduto, non costretto a farlo dalla vostra volontà – perché voi non eravate -, ma solamente dalla mia clemenza, costretto da me stesso, quando feci il cielo e la terra, il mare e il firmamento, inares cioè il cielo, perché si movesse sopra di voi, e l’aria perché respiraste, il fuoco e l’acqua per temperare un elemento con il suo contrario, e il sole perché non steste in tenebre: tutti fatti e ordinati perché sovvengano alla necessità dell’uomo. Il cielo adornato di uccelli, la terra che produce i frutti, con molti animali, per la vita dell’uomo, il mare adornato di pesci: ogni cosa ho fatto con grandissimo ordine e provvidenza.

Dopo che ebbi fatto ogni cosa buona e perfetta, Io creai la creatura razionale, a mia immagine e somiglianza, e la misi in questo giardino. Esso per il peccato di Adamo germinò spine, dove prima c’erano fiori profumati d’innocenza e di grandissima soavità. Ogni cosa era obbediente all’uomo, ma per la colpa e disobbedienza commessa trovò ribellione in sé e in tutte le creature. Si inselvatichì il mondo, e anche l’uomo, che è un altro mondo.

Ma Io provvidi, perché, quando mandai nel mondo la mia Verità, Verbo incarnato, gli tolse il selvaticume, ne estirpò le spine del peccato originale, e lo resi un giardino innaffiato dal sangue di Cristo crocifisso, piantandovi le piante che sono i sette doni dello Spirito Santo, estirpandone il peccato mortale. E questo fu dopo la morte dell’unigenito mio Figlio, prima no».

(S. Caterina da Siena, Dialogo, c.140)

 

«A voi, dilettissima e carissima madre e sorella, madonna, e a te, figlia e sorella Nicolasa, io Caterina, inutile serva (Lc 17, 10) di Gesù Cristo e vostra serva inutile voglio fare a voi l’offizio che fa lo servo al signore…

Così verremo nella grazia del conoscimento di noi e di Dio. Poiché non mi pare di potere avere virtù né la plenitudine de la grazia, senza l’abitazione della cella del cuore e dell’anima nostra, nel quale luogo acquisteremo lo tesoro che c’è vita, cioè l’abisso santo del santo conoscimento di sé e di Dio, dal quale santo conoscimento, suore carissime, procede quello santissimo odio che ci fa unire in quella somma eterna e prima Verità, conoscendo la somma bugia, operatori di quella cosa che non è. Così odiando grideremo con voce di cuore, manifestando la sua bontà: Tu solo sei buono, tu sei quello mare pacifico, donde escono tute le cose che hanno essere, excepto che quella cosa che non è, non è in lui, cioè lo peccato.

… Come disse la somma Verità a una serva sua inutile: «Io voglio che tu sia amatrice di tutte quante le cose;

…perché sono tutte buone e perfette e sono degne da essere amate, e tutte sono fatte da me che sono somma bontà, excepto che il peccato non è in me, perché se fosse in me, dilettissima mia figlia, sarebbe degno da essere amato»

…. Che dice lo innamorato di Pavolo? «Mortificate le membra del corpo vostro» (Col 3, 5). Non dice così della volontà, ma vuole ch’ella sia morta e non mortificata. O dolcissimo e dilettissimo amore, io non ci so vedere altro rimedio se non quello coltello che tu avesti, dolcissimo amore, nel cuore e nell’anima tua. Ciò fu l’odio che avesti al peccato e l’amore che avesti a l’onore del Padre e alla nostra salute. O amore dolcissimo, questo fu quello coltello che trapassò lo cuore e l’anima de la Madre…»

«Tu solo se’ colui che se’ buono. Tu sei quel mare pacifico da cui escono tutte le cose che hanno l’essere: solo ciò che non è, cioè il peccato, non è in questo mare».

Come disse la somma Verità a una sua serva: «Io voglio che tu ami tutte quante le cose; perché sono tutte buone e perfette e sono degne d’essere amate, e tutte sono fatte da Me che sono somma bontà. Solo il peccato non è in Me, perché se fosse in ME, dilettissima mia figliola, sarebbe degno d’essere amato»

(S. Caterina da Siena, Lettera 30)

Per ascoltare la presentazione di Alejandro e Diana, e la discussione:

 

Mercoledì 21 marzo 2018

La dignità dell’infinito

fr. Vivian Boland OP e sr. Mirella Soro OP

Per ascoltare la conferenza dialogata:

Per ascoltare la discussione:

Mercoledì 11 aprile 2018

Affamati di tempo

sr. Federica Casaburi OP

Mercoledì 18 aprile 2018

Cosa faccio della mia vita?

fr. Giovanni Ferro OP

 

«…il discernimento non è altro che un vero conoscimento che l’anima deve avere di sé e di Me: in questo conoscimento tiene le sue radici.
[…] coloro che hanno la virtù del discernimento, dopo che hanno attribuito il dovuto a Me e a sé stessi, rendono poi al prossimo il principale debito che ognuno deve rendere all’altro, e cioè il debito dell’affetto della carità e dell’umile e continua orazione. Gli rende inoltre il debito dell’insegnamento e di santa e onesta vita con l’esempio, consigliandolo e aiutandolo secondo quanto gli occorre per la sua salvezza. In qualunque stato ci si trovi, come governante o prelato o suddito, se si ha questa virtù ogni cosa che si fa e si rende al prossimo la si fa con discernimento e con affetto di carità, perché queste virtù sono legate ed innestate insieme e piantate nella terra, cioè nella vera umiltà, che esce dal conoscimento di sé».

Dal Dialogo della Divina Provvidenza, c. 9

«…come ti senti chiamare senza te, così rispondi. Per cui, se tu vedi il pericolo delle anime, e tu le puoi soccorrere, non chiudere gli occhi, ma con perfetta sollecitudine ingegnati a soccorrerle fino alla morte. E non curarti di tuoi propositi, né di silenzio né d’altro, perché non ti sia detto poi: «Maledetta sii tu, che tacesti!». Ogni nostro principio è fondato e attuato solo nella carità di Dio e del prossimo; tutti gli altri esercizi sono strumenti e strutture posti sopra questo fondamento: e perciò non devi, per il diletto dello strumento e della struttura, lasciare il fondamento principale, che è l’onore di Dio e l’amore del prossimo. Lavora in quel campo in cui tu vedi che Dio ti chiama a lavorare, e non pigliare pena né tedio nella mente tua per quello che ti senti dire, ma porta virilmente; temi e servi Dio senza te, e non curare poi quel che dicono le creature, se non d’avere compassione per loro».

Dalla Lettera 316

«Questo è il motivo per cui subito i servi di Dio amano tanto la creatura: perché vedono, meglio di ogni altro, che l’ama il Creatore; e condizione dell’amore è l’amare chi è amato da colui che io amo. Dico che non amano Dio per sé, ma lo amano in quanto è somma eterna bontà, degno d’essere amato. Veramente, padre, costoro hanno messo in uscita la vita, perché non pensano più a se stessi…».

Dalla Lettera 16