Architettonica aristotelica delle scienze 10 novembre 2016

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PUU Facoltà di Filosofia

Seminari Docenti e Dottorandi 2016/17

L’ARCHITETTONICA ARISTOTELICA DELLE SCIENZE 

10 novembre 2016

Primo Incontro: Prof.ssa Giulia Lombardi

apr 24, 2018 Sant’Ivo alla Sapienza – Giulia Lombardi: “Anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo” (Paolo VI)

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Mercoledì cateriniani aprile 18 2018 Giovanni Ferro OP – Cosa faccio della mia vita?

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apr 9, 2018 Il vento del Logos. Pagine di filosofia – Giulia Lombardi

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Il Vento del Logos: Pagine di Filosofia
Seminario Internazionale SFA 2017/18
a cura di Walter Cavini e Carlotta Capuccino

Bologna
9 aprile 2018
Giulia Lombardi

(Pontificia Università Urbaniana)

 

Mercoledì cateriniani aprile 11 2018 – sr. Federica Casaburi OP: Affamati di tempo

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Arciconfraternita di Santa Caterina – Il Mistero Pasquale: La Resurrezione – Anisoara Tatar

Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena – Il Mistero Pasquale in Santa Caterina

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Orazione 13

CRISTO RESURREZIONE NOSTRA

  1. Caterina offre se stessa per la salvezza della Chiesa. Essa contempla la perfezione dell’uomo nella mente del Creatore e piange il suo peccato, a causa del quale ha deviato dal progetto divino. Ma il Verbo incarnato ha riaperto la porta del regno celeste.
  2. INVOCAZIONE
    O resurrezione nostra! O resurrezione nostra! O alta ed eterna Trinità, sviscera l’anima mia. Caterina inizia la sua orazione con l’invocazione alla risurrezione, identificata con la Trinità, quale soggetto della risurrezione di Cristo, che come dice san Tommaso nel supplemento q.75 del compendio e come la stessa Caterina ripete nella frase seguente, cioè si rivolge a Cristo con i due attributi “redentore e resurrezione nostra”, perché egli è la causa della nostra risurrezione con la sua resurrezione.
    O redentore e resurrezione nostra, o eterna Trinità, o fuoco che continuamente bruci, che mai ti spegni, né vieni meno, né puoi diminuire, anche se tutto il mondo prende il tuo fuoco! —Ma Cristo è anche “fuoco” che tutti scalda senza distruggere; è “luce” in cui come comunità vediamo ( rischiamo alla notte di pasqua quando la comunità è chiamata a prendere la luce nuova che è Cristo risorto) e ogni anima vede, cioè conosce sé stessa. Vedere =   Una conoscenza non sensibile ma una conoscenza delle necessità spirituale, non solo particolari relativi al singolo soggetto, ma anche a quelle della Chiesa e di tutto il mondo , riferito a quelle creatore che hanno in esse ragione. Tale conoscenza porta alla conclusione che “Tu sei colui che sei e io sono quella che non sono” e da questa conoscenza sgorga l’atto generoso con la richiesta dell’anima di (Caterina) “sviscerarla e consumarla” per la salvezza di tutto il mondo, come leggiamo nei passi successivi.
    O luce che dai luce, e nella tua luce vediamo! Nella tua luce vedo, e senza di essa non posso vedere, poiché tu sei colui che sei e io sono quella che non sono.
    Nella tua stessa luce conosco le mie necessità, quelle della tua Chiesa e di tutto il mondo; e poiché conosco nella tua luce ti domando questo: che tu consumi la mia anima per la salvezza di tutto il mondo. Io non posso produrre alcun frutto da me, ma per virtù della tua carità che è operatrice di tutti i beni. —Nel capoverso seguente Caterina fa un paragone tra l’anima e la divinità nell’opera della salvezza; cioè sia l’anima che la divinità hanno lo stesso scopo o fine che è quello della salvezza, con le sostanziali differenze. Il Verbo, attraverso lo strumento dell’umanità ha operato la nostra salvezza. L’ anima, attraverso l’abisso della carità, quale mezzo che riceve da Dio, opera la sua salvezza e l’utilità del prossimo.
    Così l’anima opera la sua salvezza e l’utilità del prossimo nell’abisso della tua carità, come la tua divinità, alta ed eterna Trinità, ha operato nella nostra umanità, cioè con lo strumento della nostra umanità, la quale con un atto finito ha dato a noi un frutto infinito, non in virtù dell’umanità, ma della tua divinità.
  3. LA CREAZIONE
    Ci possiamo domandare . Perché Caterina parla della creazione e della redenzione in un’orazione che tratta della risurrezione? La risposta la troviamo nella lettura di questo testo denso di teologia spiegata attraverso immagini e metafore. Per la nostra santa è fondamentale partire dalla creazione quale oggetto di redenzione per arrivare alla resurrezione quale condizione nuova dei figli di Dio.

In questa virtù, o eterna Trinità, appaiono essere create tutte le cose che hanno esistenza, e viene da te ogni virtù spirituale e temporale che rimane nell’uomo. E hai voluto che l’uomo s’affatichi in esse operando col suo libero arbitrio.
O Trinità eterna, o Trinità eterna, nella tua luce si vede che tu sei quel sommo ed eterno giardino che tiene racchiusi i fiori e i frutti, perché tu sei un fiore di gloria che dai gloria a te stesso, dai frutto a te stesso, e non puoi riceverlo da nessun altro, perché se potessi riceverlo da qualcun altro, allora non saresti Dio eterno e onnipotente, perché chi ti desse questo non verrebbe da te. Ma tu sei gloria e frutto a te stesso, e i frutti che ti dà la tua creatura vengono da te, e da te riceve per poter restituire.
Nel giardino del tuo seno era rinchiuso l’uomo, o eterno Padre: tu lo hai formato dalla tua santa mente come un fiore distinto in tre facoltà dell’anima, e in ciascuna hai posta la pianta perché potessero fruttificare nel tuo giardino ritornando a te col frutto che gli hai dato. E tu ritornavi nell’anima riempiendola della tua beatitudine, nella quale l’anima sta come il pesce nel mare e il mare nel pesce.
Tu le hai dato la memoria perché potesse conservare i tuoi benefici, e così producesse il fiore della gloria del tuo nome e il frutto dell’utilità per sé.
Gli hai dato anche l’intelletto perché intendesse la tua verità e la tua volontà, che cerca solamente la nostra santificazione, affinché producesse il fiore della gloria e poi il frutto della virtù.
E gli hai dato la volontà perché potesse amare quello che l’intelletto ha visto e la memoria ha conservato.
E se guardo te, luce, eterna Trinità, l’uomo ha perduto questo fiore, cioè la grazia, per la colpa commessa, per la quale poi non poteva più renderti gloria in quel modo e per il fine per il quale lo avevi creato. Per la colpa tu non entravi alla tua gloria nel modo ordinato dalla tua verità; il tuo giardino era chiuso, e per questo non potevamo ricevere i tuoi frutti.
3. LA REDENZIONE
Perciò hai fatto portinaio il Verbo, cioè il tuo unigenito, a cui hai dato la chiave della divinità e la mano dell’umanità; e le hai congiunte insieme perché aprissero la porta della tua grazia, perché la divinità non poteva aprire senza l’umanità – la quale aveva chiuso con il peccato del primo uomo – né la semplice umanità poteva aprire senza la divinità, poiché il suo atto non poteva riparare l’offesa commessa contro il bene infinito, e alla colpa doveva seguire la pena; per cui nessun altro modo era sufficiente.
O dolce portinaio, o umile agnello, tu sei quell’ortolano che, avendo aperto le porte del giardino celeste, cioè del paradiso, porgi a noi i fiori e i frutti dell’eterna divinità. E ora so con certezza che tu hai detto la verità quando, apparendo lungo la via a due tuoi discepoli in forma di pellegrini, hai manifestato loro che così bisognava che patisse Cristo e che entrasse nella sua gloria per la via della croce, mostrando loro che così era stato profetizzato da Mosè, Elia, Isaia, Davide e gli altri che avevano profetizzato dite. E aprivi loro il senso delle Scritture, ma essi non ti capivano perché il loro intelletto era offuscato ; invece tu ti capivi.
Qual era la tua gloria, o dolce e amabile Verbo? Eri tu stesso:
perché entrassi in te stesso bisognava che tu patissi. Amen.

Arciconfraternita di Santa Caterina – Il Mistero Pasquale: L’Ascensione. Giulia Lombardi

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Santa Caterina da Siena

dal Dialogo della Divina Provvidenza

Dialogo 29

Poi che l’unigenito mio Figlio ritornò a me doppo la resurrezione quaranta dì, questo ponte si levò dalla terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtù della natura mia divina, e siede dalla mano dritta di me, Padre eterno. Sì come disse l’angelo ai discepoli il dì dell’ascensione stando quasi come morti, perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in cielo colla Sapienza del mio Figlio. Disse: «Non state più qui, ché egli siede dalla mano dritta del Padre». (Ac 1,11)

 

Levato in alto e tornato a me, Padre, Io mandai il maestro, cioè lo Spirito santo, il quale venne con la potenza mia e con la sapienza del mio Figlio, e con la clemenza sua, d’esso Spirito santo. (Let94) Egli è una cosa con me Padre e col Figlio mio. Così fortificò la via della dottrina che lassò la mia Verità nel mondo. E però, partendosi la presenza, non si partì la dottrina né le virtù, vere pietre fondate sopra questa dottrina, la quale è la via che v’ha fatto questo dolce e glorioso ponte.

Qui torna quella serie di attributi assegnati ad ogni persona della Trinità, che era stato l’oggetto di meditazione la volta scorsa.

È interessante notare che in questi riferimenti all’Ascensione di Gesù, come ritorno al Padre, per il conseguente invio dello Spirito Santo, ci sia una chiara idea portante dell’unità della Trinità.

Si precisa anche che lo Spirito Santo è una sola cosa con Dio Padre, come a togliere ogni residuo di dubbio della tradizione patristica secondo la quale lo Spirito Santo fosse qualcosa di divino ma non Dio stesso.

Prima adoperò egli e con le sue opere fece la via, dando la dottrina a voi per esempio più che per parole; anco prima fece che egli dicesse. (Ac 1,1) Questa dottrina certificò la clemenza dello Spirito santo, (Let 164) fortificando le menti dei discepoli a confessare la verità e annunziare questa via, cioè la dottrina (24v) di Cristo crocifisso, riprendendo per mezzo di loro il mondo delle ingiustizie e dei falsi giudicii, delle quali ingiustizie e giudicio di sotto più distesamente ti narrarò. (Jn 16,8; § 35 XXXVI) Ti ho detto questo affinché nelle menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente, cioè che volessero dire che di questo corpo di Cristo se ne fece ponte per l’unione della natura divina unita con la natura umana; questo vedo che egli è la verità.

La via è fatta dalle opere stesse di Cristo, da cui risulta la dottrina, che, quindi, non è soltanto un insieme di parole.

Lo Spirito Santo certificò la dottrina, così da rendere i discepoli forti di confessare e di annunziare la dottrina, nel fatto stesso di seguirne la via. Di nuovo, l’esempio e la parola devono andare insieme.

Ma questo ponte si partì da noi salendo in cielo. Egli c’era una via che c’insegnava la verità, vedendo l’esempio e costumi suoi, ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranza.  

La via della dottrina sua, la quale Io ti ho detta, confermata dagli apostoli e dichiarata nel sangue dei martiri, illuminata col lume dei dottori e confessata per li confessori, e trattane la carta per gli evangelisti, i quali stanno tutti come testimoni a confessare la verità nil corpo mistico della santa Chiesa. (Ep 4,7-12; § 85 ,1993) Essi sono come lucerna posta in sul candelabro (Mt 5,15 Mc 4,21 Lc 8,16) per mostrare la via della verità, la quale conduce a vita con perfetto lume, come detto ti ho. E come te la dicono? Per prova, perché l’hanno provata in loro medesimi. Sì che ogni persona è illuminata in conoscere la verità, se egli vuole, cioè che egli non si voglia togliere il lume della ragione col proprio disordinato amore. Sì che egli è verità che la dottrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l’anime fuore del mare tempestoso e conducerle a porto di salvezza.

 

Sì che in prima Io vi feci il ponte del mio Figlio attualmente, come ho detto, conversando con gli uomini; e levato il ponte attuale rimase il ponte e la via della dottrina, como detto è, essendo la dottrina unita con la potenza mia, con la sapienza del Figlio e con la clemenza dello Spirito santo.

 

Questa potenza dà virtù di fortezza a chi segue questa via, la sapienza gli dà lume (25r) che in essa via conosce la verità, e lo Spirito santo gli dà amore, il quale consuma e tolle ogni amore sensitivo dell’anima, e solo gli rimane l’amore delle virtù. Sì che in ogni modo, o attuale o per dottrina, egli è via verità e vita, la quale via è il ponte che vi conduce all’altezza del cielo. Questo volse egli dire quando disse: «Io venni dal Padre e ritorno al Padre» e «tornerò a voi». (Jn 16,28) Cioè a dire: il Padre mio mi mandò a voi e àmmi fatto vostro ponte affinché esciate del fiume e potiate arrivare alla vita.

Poi dice: «E tornarò a voi: Io non vi lassarò orfani ma mandaròvi lo Paraclito». (Jn 14,18 Jn 14,26) Quasi dicesse la mia Verità: Io n’andarò al Padre e tornarò, cioè che, venendo lo Spirito santo, il quale è detto Paraclito, vi mostrerà piú chiaramente e vi confermerà me, via di verità, cioè la dottrina che io vi ho data. Disse che tornarebbe ed egli tornò, poiché lo Spirito santo non venne solo, ma venne con la potenza di me Padre, con la sapienza del Figlio, e con essa clemenza di Spirito santo. (Let94) Vedi dunque che torna, non attualmente ma con la virtù come detto ti ho, fortificando la strada della dottrina. La quale via e strada non può venire meno, né essere tolta a colui che la vuole seguire, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo. Perciò virilmente dovete seguire la via e senza alcuna nuvola, ma col lume della fede, la quale v’è data per principale vestimento nel santo battesimo.

 

Ora ti ho mostrato a pieno e dichiarato il ponte attuale e la dottrina, la quale è una cosa insieme col ponte; ed ho mostrato all’ignorante chi gli manifesta questa via, che ella è verità, e dove stanno coloro che la ‘nsegnano. E dissi che erano gli apostoli ed evangelisti, martiri e confessori e santi dottori, posti nel luogo della santa Chiesa come lucerne. (Mt 5,14-15) E Ti ho mostrato e detto come venendo a me egli tornò a voi, non presenzialmente ma con (25v) la virtù, come detto è, cioè venendo lo Spirito santo sopra discepoli, poiché presenzialmente non tornarà se non ne l’ultimo dì del giudicio, quando verrà colla mia maestà e potenza divina a giudicare il mondo, e a rendere bene ai buoni e remunerargli delle loro fatiche, l’anima e il corpo insieme, e a rendere male di pena eternale a coloro che iniquamente sono vissuti nel mondo. Ora ti voglio dire quello che Io, Verità, ti promisi, § 22 ,398) cioè di mostrarti quelli che vanno imperfettamente e quelli che vanno perfettamente e altri con la grande perfezione, e in che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquità loro s’anniegano nel fiume, giungendo ai crociati tormenti. Ora dico a voi, carissimi figli miei, che voi teniate sopra il ponte e non di sotto, poiché quella non è la via della verità, anco è quella della bugia dove vanno gl’iniqui peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi preghiate, e per li quali Io vi richiedo lacrime e sudori, affinché da me ricevano misericordia. –

 

Dialogo 63

Ora hai veduto in quanta eccellenza sta colui che è gionto all’amore dell’amico. Questi ha salito lo piè dell’affetto ed è gionto al secreto del cuore (53v) cioè al secondo dei tre scaloni, i quali sono figurati nil corpo del mio Figlio. ti dissi che significato era nelle tre facoltà dell’anima, e ora te li pongo significare i tre stati dell’anima. Ora, innanzi ch’Io ti gionga al terzo, ti voglio mostrare in che modo gionse ad essere amico – ed essendo fatto amico è fatto figlio, giungendo all’amore filiale – e quello che fa essendo fatto amico, e in quello che si vede che egli è fatto amico.

 

Il primo, cioè come egli è venuto ad essere amico, dicotelo. Imprima era imperfetto, essendo nel timore servile; esercitandosi e perseverando venne all’amore del diletto e della propria utilità, trovando diletto e utilità in me. Questa è la via, e per questa passa colui che desidera di arrivare all’amore perfetto, cioè ad amore d’amico e di figlio. Dico che l’amore filiale è perfetto, poiché nell’amore del figlio riceve la eredità di me, Padre eterno. E perché amore di figlio non è senza l’amore de l’amico, e però ti dissi che d’amico era fatto figlio.

 

Dialogo 154

Allora il sommo eterno e pietoso Padre volse l’occhio della misericordia e clemenza sua inverso di lei dicendo: – O carissima e dolcissima figlia, il santo desiderio e giuste petizioni debbono essere esauditi, e però Io, somma Verità, adempirò la verità mia soddisfacendo alla promessa che Io feci a te e al desiderio tuo. E se tu mi domandi dove tu la truovi, e quale è la cagione che te la tolle e il segno che tu l’abbi o no, Io ti rispondo che tu la truovi compitamente nel dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figlio. Fu tanto pronta in lui questa virtù che per compirla corse a l’obrobriosa morte della croce. (Ph 2,8) Chi te la tolle? Raguarda nel primo uomo, e vedrai la cagione che gli tolse l’obedienzia imposta a lui da me, Padre eterno: (171r) la superbia che escìe e fu prodotta da l’amore proprio e piacimento della compagna sua. Questo fu quella cagione che gli tolse la perfezione de l’obbedienzia e diégli la disobbedienza così gli tolse la vita della grazia e diégli la morte; la innocenzia, e cadde in immondizia e grande miseria. E non tanto egli, ma i v’incorse tutta l’umana generazione, sì come Io ti dissi. § 14 ; § 21 ; § 135 Il segno che tu abbi questa virtù è la pazienza; e non avendola, te lo dimostra che tu non l’hai la impazienza. Così contandoti di questa virtù trovarrai ch’egli è così. Ma attende: ché in due modi s’osserva l’obedienzia. L’una è più perfetta che l’altra, e non sono però separate ma unite, sì com’Io ti dissi dei comandamenti e dei consigli. § 47 ; § 151 L’uno è buono ed è perfetto e l’altro è perfettissimo; e alcun è che possa arrivare a vita eterna se non l’obediente, poiché senza l’obedienzia alcun è che vi possa intrare, perché ella fu diserrata con la chiave de l’obedienzia, e con la disobbedienza di Adam si serrò. Essendo Io poi costretto da la mia infinita bontà, vedendo che l’uomo, cui Io tanto amava, non tornava a me fine suo, tolsi le chiavi de l’obbedienzia e posile in mano del dolce e amoroso Verbo, mia Verità: i come portonaio (Oraz XIII) diserrò questa porta del cielo. E senza questa chiave e portonaio, mia Verità, alcun ci può andare, e però disse egli nel santo Evangelio che alcun poteva venire a me Padre se non per lui. (Jn 14,6) Egli vi lassò questa dolce chiave de l’obedienzia quando egli ritornò a me, esultando, in cielo e levandosi da la conversazione degli uomini per l’Ascensione. § 29 Sì come tu sai, egli la lassò al vicario suo Cristo in terra, a cui sete tutti obligati d’obbedire infine a la morte. E chi è fuore de l’obedienzia sua sta in stato di dannazione, sì come in un altro luogo Io ti dissi. § 115 ; § 116 Ora voglio che tu vegga e conosca questa eccellentissima virtù ne l’umile e immacolato Agnello, e così ella procede. Così venne che tanto fu obbediente questo Verbo? Da l’amore che egli ebbe a l’onore mio, e a la salvezza vostra. Così procedette l’amore? Dal lume della chiara visione con la quale vedeva l’anima sua (171v) chiaramente la divina Essenzia e la Trinità eterna, e così sempre vedeva me, Dio eterno. (Let 259) Questa visione adoperava perfettissimamente in lui quella fedeltà, la quale imperfettamente adopera in voi il lume della santissima fede. Ché fu fedele a me, suo Padre eterno, e però corse col lume glorioso, come inamorato, per la via de l’obedienzia, e perché l’amore non è solo, ma è acompagnato di tutte le vere e reali virtù, poiché tutte le virtù hanno vita da l’amore della carità, ben che altrementi fussero le virtù in lui e altrementi in voi. Ma tra l’altre ha la pazienza che è il midollo suo: uno segno dimostrativo che ella fa ne l’anima se ella è in grazia e ama in verità o no, e però la madre della carità l’ha data per sorella a la virtù e l’obedienzia, e àlle sì unite insieme, che mai non si perde l’una senza l’altra: o tu l’hai ambedue o tu non n’hai veruna. Questa virtù ha una nutrice che la nutre, cioè la vera umiltà, così tanto è obbediente quanto umile e tanto umile quanto obediente. Questa umiltà è baglia e nutrice della carità, e però notrica il latte suo medesimo la virtù de l’obedienzia. Il vestimento suo, che questa nutrice le dà, è l’avilire se medesimo, vestirsi d’obrobri, di scherni e di villanie, dispiacere a sé e piacere a me. In cui lo truovi? In Cristo dolce Iesu, unigenito mio Figlio. E chi s’avilì (Ph 2,7-8) più di lui? Egli si satollò d’obrobri e villanie, dispiacque a sé, (Rm 15,3) cioè la vita sua corporale, per piacere a me. E chi fu più paziente di lui? ché non fu udito il grido suo per veruna mormorazione, (Is 53,7 Mt 26,63) ma con pazienza abbracciando le ingiurie, come inamorato compì l’obedienzia mia, imposta a lui da me suo Padre eterno. Perciò in lui la trovarrete compitamente. Egli vi lassò questa regola e dottrina e prima la osservò in sé; ella vi dà vita perché ella è via dritta. Egli è la via, e però disse egli che era via, verità e vita, e chi andava per essa andava per la luce, e colui che va per la luce non può offendere né essere offeso che egli non se n’avegga (Jn 14,6 Jn 8,12 Jn 11,9-10) perché ha tolto da sé le tenebre de l’amore proprio, così cadeva nella disobbedienzia. Ché, come Io ti dissi, la compagna, e (172r) così procedeva l’obedienzia, è l’umiltà. Così ti dissi e ti dico che la disobbedienza viene da la superbia, che esce de l’amore proprio di sé, privandosi de l’umiltà. La sorella che è data da l’amore proprio a la disobbedienza è la impazienza, e la superbia la nutre; con tenebre d’infedeltà corre per la via tenebrosa che gli dà morte eterna. Tutti vi conviene leggere in questo glorioso libro, dove trovate scritta questa e ogni altra virtù. (Let 309; Let 318) Poi che Io ti ho mostrato dove tu la trovi e così ella viene e chi è la sua compagna e da cui è nutreta, ora ti parlarò degli obbedienti insiememente coi disobbedienti, e dellaobbedienza generale e della particolare, cioè di quella dei comandamenti e di quella dei consigli.

Dalle Lettere

Lettera 47

A Pietro di Giovanni Venture da Siena

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce. Carissimo figlio in Cristo dolce Gesù, io Caterina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo a te nel prezioso sangue suo, con disiderio di vederti perseverare in ogni virtù, poiché senza la perseveranza non riceveresti la corona della gloria (1P 5,4) che si dà ai veri combatitori. Ma tu mi dirai: «Unde posso acquistare questa perseveranza?». Rispondoti che tanto serve la persona la creatura quanto l’ama, e più no; e tanto manca nel servire, quanto manca l’amare; e tanto ama, quanto si vede amare. Perciò vedi che dal vedersi amare viene l’amore, e l’amore ti fa perseverare. Quanto tu aprirai l’occhio de lo ‘nteletto a riguardare il fuoco e l’abisso della inestimabile carità di Dio inverso di te – lo quale amore t’ha mostrato col mezzo del Verbo del Figlio suo -, tanto sarai costretto dall’amore ad amarlo in verità con tutto il cuore e con tutto l’affetto e con tutte le forze tue (Mt 22,37 Mc 12,30 Lc 10,27), tutto libero coraggiosamente e puramente, senza neuno rispetto di propia utilità tua. Tu vedi che Dio t’ama per tuo bene e non per suo, però ch’egli è lo Dio nostro, che non ha bisogno di noi: e così tu, e ogni creatura ragionevole, debi amare Dio per Dio – in quanto egli è somma ed eterna bontà – e non per propia utilità, e il prossimo per lui. Poi che tu hai fatto il principio e il fondamento nell’affetto della carità, subito lo cominci a servire coi lo strumento de le virtù, sì che col lume e con l’amore acquistarai la virtù, e persevererai in essa. Ma atende che, col vedere te essere amato da Dio, ti conviene vedere la colpa e la ingratitudine tua, e agravare la colpa nel conoscimento santo di te, acciò tu non ti scordi da la virtù piciola della vera umilità, e affinché tu non presumi di te, né cadessi nel propio piacere. Sai quanto c’è necessario il conosciare e agravare le colpe nostre, per conservare e cresciare la vita della grazia nell’anima? Quanto egli ci è bisogno lo cibo corporale per conservare la vita nel corpo. Perciò leva via la nuvola dell’amore propio di te affinché non t’impedisca lo lume unde tu arai questo perfetto conoscimento, e col conoscimento l’amore e l’odio. E nell’amore trovarai la virtù della perseveranza, e così compirai la volontà di Dio e il disiderio mio in te; la quale volontà e desiderio è di vederti cresciare e perseverare fino alla morte nelle vere e reali virtù. E guarda che mai tu non ti fidassi di te medesimo – il quale fidare è uno vento sotile di riputazione, ch’esce dell’amore propio -, poiché subito verresti meno, e voltaresti il capo adietro a mirare l’arato (Lc 9,62). Ché, come l’amore di Dio, acquistato nel conoscimento di te con vera umilità, ti fa perseverare nella virtù, così l’amore propio, colla reputazione che ti fa fidare di te medesimo, come detto è, ti priva della virtù, e fatti cadere nel vizio e perseverarvi dentro. Fuge, figlio, fuge questo vento sotile del propio piacere; e vatene, tutto nascoso in te medesimo, nel costato di Cristo crocifisso, e ine pone lo ‘nteletto tuo a riguardare il segreto del cuore. Ine s’acenda l’afetto, vedendo ch’egli ha fatta caverna del corpo suo, affinché tu abia luogo dove rifugire dalle mani dei tuoi nemici (1R 24,4), e possiti riposare e pacificare la mente tua ne l’afetto della sua carità. Ine trovarai lo cibo, poiché tu vedi bene ch’egli t’ha data la carne in cibo, e il sangue in beveragio (Jn 6,55): arrostita in su la croce al fuoco della carità, e ministrato in su la mensa de l’altare, tutto Dio e tutto Uomo. Disolvasi oggimai la durezza dei cuori nostri; amolisi la mente a ricevare la dotrina di Cristo crocifisso. Voglio che cominciate ora, tu e gli altri negligenti figli, a conformarvi con questo Parvolo, lo quale ora ci rapresenta la santa Chiesa, Verbo incarnato. E che più possiamo vedere a confusione della nostra superbia, che vedere Dio umiliato a l’uomo, l’altezza della deità discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanità? Chi n’è cagione? L’amore: l’amore il fa abitare ne la stalla in mezzo degli animali; l’amore il fa satolare d’obrobi, vestirlo di pene, e sostenere fame e sete; l’amore il fa corrire con prontaobbedienza fino a l’obrobiosa morte de la croce; l’amore il fa andare all’inferno e spogliare il limbo per dare piena rimunerazione a quelli che in verità l’aveano servito, e longo tempo aveano aspetato la redenzione loro; l’amore il fece lasciare a noi in cibo; l’amore dopo l’Ascensione mandò il fuoco dello Spirito santo (Ac 2,3-4), il quale ci alluminò de la dotrina sua, la quale è quella via fondata in verità che ci dà vita, tra’ci delle tenebre, e dacci lume nell’eterna visione di Dio. Ogni cosa, dunque, ha fatto l’amore. Bene sì deba Perciò l’uomo vergognarsi e confondarsi in sé medesimo, ché non ama né risponde a tanto abisso d’amore. Assai è tristo colui che, potendo avere il fuoco, si lassa morire di freddo; avendo il cibo dinanzi, si lassa morire di fame. Prendete, prendete il cibo vostro, Cristo dolce Gesù crocifisso, e non in altro modo: ché se in altro modo il voleste, non sareste costanti né perseveranti; e la perseveranza è quella ch’è coronata, come dicemo, e senza essa ricevarebe l’anima confusione, e non gloria. Considerando me questo, dissi ch’io desideravo di vederti costante e perseverante ne la virtù. Non dico più qui etc. Rimanete etc. Gesù dolce, Gesù amore, Maria.

Lettera 164

A monna Melina donna di Bartolomeo Barbani da Lucca.

Al nome di Gesù Cristo Crocifisso e di Maria dolce, madre del Figlio di Dio. A te, figlia in Cristo Gesù, io Caterina, serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, scrivo e conforto voi nel prezioso sangue suo, con desiderio di vedervi unite e transformate nel fuoco della divina carità, sì e per sì-fatto modo che non sia creatura né veruna altra cosa che da essa carità vi parta. Sai, diletta e cara figlia mia, che a volere unire due cose insieme non conviene che vi sia mezzo, ché se mezzo v’è, non può essere perfetta unione. Or così ti pensa che Dio vuole l’anima: senza mezzo d’amore proprio di sé o di creatura, poiché Dio ama noi senza veruno mezzo; largo e liberale amò per grazia e non per debito, amando senza essere amato. Di questo amore non può amare l’uomo, poiché egli è sempre tenuto d’amare di debito, participando e ricevendo sempre i beneficii di Dio e la bontà sua in lui. Doviamo dunque amare del secondo amore, e questo sia sì netto e libero che nessuna cosa ami fuore di Dio, né creatura né cosa creata, né spiritualmente né temporalmente. E se tu mi dici: Come posso avere questo amore? dicoti, figlia, che noi nol possiamo avere, né trare altro che dalla fonte della prima Verità. A questa fonte trovarai la dignità e bellezza dell’anima tua: vedrai lo Verbo, Agnello dissanguato, che ti s’è dato in cibo e in prezzo, mosso solo dal fuoco della sua carità, non per servizio che avesse ricevuto da l’uomo, ché non n’aveva avuto altro che offesa. Dico Perciò che l’anima, raguardando in questa fonte, assetata e affamata della virtù, beie subito, non vedendo né amando sé per sé, né veruna cosa per sé: ogni cosa vede nella fonte della bontà di Dio, e per lui ama ciò che ama, e senza lui nulla. Or come potrebbe allora l’anima, che ha veduta tanta smisurata bontà di Dio, tenersi che non amasse? A questo parbe che la prima dolce Verità c’invitasse, quando gridò nel tempio con ardore di cuore, dicendo: «Chi ha sete venga a me e beia, ché sono fonte d’acqua viva» (Jn 7,37). Vedi, figlia, che gli assetati sono invitati; non dice: chi non ha sete, ma: chi ha sete. Richiede dunque Dio che noi portiamo lo vasello del libero arbitrio con sete e volontà d’amare. Andiamo all’amore della dolce bontà di Dio, come detto è, e in questa fonte trovaremo lo cognoscimento di noi e di Dio; nel quale attufando lo vasello suo, ne trarrà l’acqua della divina grazia, la quale è sufficiente a dargli la vita durabile. Ma pensa che per la via non potremmo andare col mezzo del peso, e però non voglio che tu ti vesta d’amore di me, né di veruna creatura, se non di Dio. Questo ti dico perché ho udito, secondo che mi scrivi, la pena che sostenesti della mia partita: voglio che impari dalla prima dolce Verità, che non lassò per tenerezza di madre, né per veruno dei discepoli suoi, che non corrisse, come inamorato, all’obrobiosa morte della croce, lassando Maria i discepoli suoi, e non di meno gli amava smisuratamente; che per più onore di Dio e salute della creatura si partivano, perché non attendevano a loro medesimi ma rifiutavano le consolazioni proprie, per loda e gloria di Dio, sì come mangiatori e gustatori delle anime. Debbi credare che, al tempo che egli erano tanto tribulati, sarebbero stati volentieri con Maria, ché sommamente l’amavano; e non di meno tutti si partono perché non amano loro per loro, né lo prossimo per loro, né Dio per loro, ma amavanlo perché era degno d’amore e sommamente buono: ogni cosa, e il prossimo e loro, amavano in Dio. Or a questo modo tu e l’altre voglio che amiate; raguardatemi solo in dare l’onore a Dio, e dare la fatica al prossimo vostro. Ché, perché egli vi paia alcuna malagevolezza di vedere partita quella cosa che altri ama, non di meno ella si piglia senza tedio, se egli è vero amore, fondato solo nell’onore di Dio, e raguarda più alla salute delle anime che a sé medesimo.

Fate, fate che io non vegga più pene, poiché questo sarebbe uno mezzo che non vi lassarebbe unire né conformare con Cristo. Considerando me che Dio, come egli s’è dato libero, così richiede, e però dissi che io volevo che tu e l’altre care figlie mie fuste unite e trasformate in Dio per amore, traendone ogni mezzo che l’avesse a impedire: solo lo mezzo della divina carità, che è quello dolce e glorioso mezzo che non divide ma unisce. E veramente pare che faccia come lo maestro che edifica lo muro, che rauna molte pietre e combaciale insieme, e insiememente è chiamato pietra e muro; e questo ha fatto col mezzo della calcina: se non v’avesse posto lo mezzo, sarebbero cadute, partite e rotte più che mai. Or così ti pensa che l’anima nostra debba raunare tutte le creature, e unirsi con loro per amore e desiderio della salute loro, sì che sieno participi del sangue dell’Agnello; allora si conserva questo muro: sono molte creature e sono una. A questo parbe che c’invitasse santo Paulo, quando disse che molti corrono lo palio, e uno è quelli che l’ha (1Co 9,24), cioè colui che ha preso questo mezzo della divina carità. Ma tu potresti dire a me come dissero i discepoli a Cristo, quando disse: «Uno poco starete e voi non mi vedrete, e uno poco e voi mi vedarete». Essi risposero: Che farà costui? che dice egli: «Uno poco e voi non mi vedarete, e uno poco e voi mi vedarete»? Così potreste dire voi: Tu ci dici che Dio non vuole mezzo, e ora dici che noi poniamo lo mezzo. Rispondoti e così ti dico, che tu vadi col mezzo del fuoco della divina carità, lo quale è quello mezzo che non è mezzo, ma fassi una cosa con lui, sì come lo legno che si mette nel fuoco. Dirai tu che lo legno sia legno? no, anco è fatto una cosa col fuoco. Ma se metteste lo mezzo dell’amore proprio di voi medesime, questo sarebbe quello mezzo che vi tolle Dio, e non di meno è non nulla, poiché il peccato è nulla, e in altro non sono fondati i peccati se non nell’amore proprio e piaceri e diletti fuore di Dio; ché, come dalla carità procede e dà vita ogni virtù, così da questo procede ogni vizio e dà morte, e consuma ogni virtù nell’anima. E però ti dissi che Dio non vuole mezzo, e ogni amore che non è fondato nel vero mezzo non dura. Corrite, dilette figlie mie, e non più dormiamo. Ho avuta compassione alle vostre pene, e però vi dò questo remedio, che voi amiate Dio senza mezzo. E se volete lo mezzo di me misera miserabile, vogliovi insegnare dove voi mi troviate, affinché non vi partiate da questo vero amore: andatevene a quella dolcissima e venerabile croce, con quella dolce inamorata Magdalena: ine trovarete l’Agnello e me, dove si potrà pascere e notricare e adempire i vostri desiderii. A questo modo voglio che voi mi cerchiate, me e ogni cosa creata; questo sia lo gonfalone e il refrigerio vostro. E non pensate che, perché il corpo si dilunghi da voi, che sia dilungato l’affetto e la sollicitudine della salute vostra; anco è più, fuore de la presenza corporale, che ne la presenza. Non sapete voi ch’i discepoli santi ebbero più, doppo la partita del maestro, sentimento e cognoscimento di lui che prima? Poiché tanto si dilettavano de l’umanità che non cercavano più oltre. Ma poi che la presenza si fu partita, egli si dêro a intendare e cognosciare la bontà sua. E però disse la prima verità: «Egli è bisogno che io vada, altrimenti lo Paraclito non verrebbe a voi». Così dico io: egli era bisogno che io mi partisse da voi, affinché vi deste a cercare Dio in verità e non con mezzo. Dicovi che n’avarete meglio poi che prima, intrando dentro da voi a pensare le parole e la dottrina che vi fu data: a questo modo ricevarete la plenitudine della grazia per essa grazia di Dio. Non scrivo più perché io non ho più tempo da scrivare. Mandola principalmente a te, Melina, e poi a Caterina e a monna Giovanna e a monna Chiara e a monna Bartalomea e a monna Lagina e a monna Colomba. Confortatevi da parte di tutte. Rimanete nella santa e dolce carità di Dio.

Evangeli gaudium

231.          L’idea – le elaborazioni concettuali – è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento.

Bisogna passare dal nominalismo formale all’oggettività armoniosa. Diversamente si manipola la verità, così come si sostituisce la ginnastica con la cosmesi.[1] Vi sono politici – e anche dirigenti religiosi – che si domandano perché il popolo non li comprende e non li segue, se le loro proposte sono così logiche e chiare. Probabilmente è perché si sono collocati nel regno delle pure idee e hanno ridotto la politica o la fede alla retorica. Altri hanno dimenticato la semplicità e hanno importato dall’esterno una razionalità estranea alla gente.

232.          La realtà è superiore all’idea. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: « In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio » (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. Ci porta, da un lato, a valorizzare la storia della Chiesa come storia di salvezza, a fare memoria dei nostri santi che hanno inculturato il Vangelo nella vita dei nostri popoli, a raccogliere la ricca tradizione bimillenaria della Chiesa, senza pretendere di elaborare un pensiero disgiunto da questo tesoro, come se volessimo inventare il Vangelo. Dall’altro lato, questo criterio ci spinge a mettere in pratica la Parola, a realizzare opere di giustizia e carità nelle quali tale Parola sia feconda. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi e gnosticismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

240

A monna Lapa sua madre, prima che tornasse da Vignone.

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce. Carissima madre in Cristo dolce Gesù, la vostra indegna e miserabile figlia Caterina vi conforta nel prezioso sangue del Figlio di Dio. Con desiderio ho desiderato di vedervi madre vera, non solamente del corpo ma de l’anima mia, considerando me ch’esendo voi amatrice più dell’anima che del corpo, morrà in voi ogni disordenata tenerezza, e non vi sarà tanta fatica lo partire della presenza mia corporale; ma vi sarà più tosto consolazione, e vorrete per onore di Dio portare ogni fatica di me, considerando che si facci l’onore di Dio. Facendo l’onore di Dio, non è senza acrescimento di grazia e di virtù ne l’anima mia: sì ch’è bene vero ch’esendo voi, dolcissima madre, amatrice più de l’anima che del corpo, sarete consolata e non sconsolata. Io voglio che impariate da quella dolce madre Maria, che per onore di Dio e salute nostra ci donò il Figlio, morto in sul legno della santissima croce. E rimanendo Maria sola, poi che Cristo fu salito in cielo, rimase coi discepoli santi: e poniamo che Maria i discepoli avessero grande consolazione e il partire fusse sconsolazione, nondimeno, per gloria e lode del Figlio suo e per bene di tutto l’universo mondo, ella consentì; e vuole ch’eglino si partano. E più tosto elege la fatica del partire loro che la consolazione de lo stare, solo per l’amore ch’ella aveva a l’onore di Dio e a la salute nostra. Ora da lei voglio che impariate, carissima madre. Voi sapete che a me conviene seguire la volontà di Dio; e io so che voi volete ch’io la seguiti: sua volontà fu ch’io mi partissi, la quale partita non è stata senza misterio, né senza frutto di grande utilità. Sua volontà è stata ch’io sia stata, e non per volontà d’uomo, e chi dicesse il contrario, è lo falso e non è la verità. E così mi converrà andare, seguitando le vestigie sue in quel modo e a quel tempo che piacerà alla sua inestimabile bontà. Voi, come buona e dolce madre, dovete esser contenta e non sconsolata, portare ogni fatica per onore di Dio e salute vostra e mia. Ricordomi che per li beni temporali voi lo faciavate, quando i vostri figli si partivano da voi per acquistare la richezza temporale; ora, per acquistare vita eterna, vi pare di tanta fatica che dite che v’andarete a dilequiare se tosto io non vi rispondo. Tutto questo v’adiviene perché voi amate più quella parte ch’io ho tratta da voi, che quella ch’io ho tratta da Dio, cioè la carne vostra, de la quale mi vestiste. Levate levate un poco lo cuore e l’affetto vostro in quella dolce e santissima croce, dove viene meno ogni fatica; vogliate portare un poco di pena finita per fugire la pena infinita, che meritiamo per li nostri peccati. Or vi confortate per amore di Cristo crocifisso, e non crediate d’essere abandonata né da Dio né da me, anco sarete consolata e ricevarete piena consolazione; e non è tanta stata la pena, quanto sarà maggiore lo diletto. Tosto ne verremo, per la grazia di Dio; e non saremo ora a venire, se non fusse lo ‘mpedimento che abiamo avuto della infermità grave di Neri, e anco lo maestro Giovanni e frate Bartolomeo sono stati infermi etc. Altro non dico. Racomandateci etc. Rimanete etc. Gesù dolce etc.

[1] Cfr PLatone, Gorgia, 465.

Ma che modo tiene a giognervi? Dicotelo. Ogni perfezione ed ogni virtù procede dalla carità, e la carità è nutreta da l’umiltà. e l’umiltà esce del conoscimento e odio santo di se medesimo, cioè della propria sensualità. § 10 ,589) Chi ci giogne conviene che sia perseverante e stia nella cella del conoscimento di sé, nel quale conoscimento di sé conoscerà la misericordia mia nel sangue de l’unigenito mio Figlio, tirando a sé con l’affetto suo la divina mia carità esercitandosi in stirpare ogni perversa volontà spirituale e temporale, nascondendosi nella casa sua. Sì come fece Pietro, e gli altri discepoli, che dopo la colpa della negazione che fece del mio Figlio, pianse. Il suo pianto era ancora imperfetto, e imperfetto fu fino quaranta dì, cioè dopo l’ascensione.

 
Poi che la mia Verità ritornò a me secondo l’umanità sua, allora si nascosero Piero e gli altri nella casa aspettando l’avenimento (54r) dello Spirito santo sì come la mia Verità aveva promesso a loro. Essi stavano inserrati per paura; poiché sempre l’anima, fino che non giogne al vero amore, teme. (Ac 1,13-14 Jn 20,19 1Jn 4,18) Ma perseverando in vigilia, in umile e continua orazione, fino che ebbero l’abondanzia dello Spirito santo, allora, perduto il timore, seguevano e predicavano Cristo crocifisso. (Ac 2,14-36) Così l’anima che ha voluto o vuole arrivare a questa perfezione, poi che dopo la colpa del peccato mortale s’è levata e riconosciuta sé, comincia a piangere per timore della pena. § 89 Poi si leva alla considerazione della misericordia mia, dove trova diletto e sua utilità. Questo è imperfetto, e però Io, per farla venire a perfezione, dopo i quaranta dì – cioè dopo questi due stati – a ora a ora mi sottraggo dall’anima, non per grazia ma per sentimento. Questo vi manifestò la mia Verità quando disse ai discepoli: «Io andarò e tornarò a voi». (Jn 14,3)  
Ogni cosa che egli diceva era detta in particolare ai discepoli, ed era detta in generale e comunemente a tutti i presenti e futuri, cioè di quelli che dovevano venire. Disse «Io andarò e tornarò a voi», e così fu; ché, tornando lo Spirito santo sopra e discepoli tornò egli, perché, come di sopra ti dissi, lo Spirito santo non tornò solo, § 29 ,280ss.) ma venne con la potenza mia e con la sapienza del Figlio, che è una cosa con me, e con la clemenza sua d’esso Spirito santo, che procede da me Padre e dal Figlio.  
Or così ti dico, che per fare levare l’anima dalla imperfezione Io mi sottraggo per sentimento privandola della consolazione di prima. Quando ella era nella colpa del peccato mortale ella si partì da me, ed Io sottrassi la grazia per la colpa sua; perché essa aveva serrata la porta del desiderio, il sole della grazia n’escì fuore, non per difetto del sole, ma per difetto della creatura che serrò la porta del desiderio. (OrazVIII65ss.) Riconoscendo sé e le tenebre sue apre la finestra, vomicando il fracidume per la santa confessione, ed Io allora per grazia sono (54v) tornato nell’anima e ritraggomi da lei non per grazia ma per sentimento, come detto è. E questo fo per farla umiliare e per farla esercitare in cercare me in verità, e provarla nel lume della fede, affinché ella venga ad prudenza. E allora, se ella ama sanza rispetto di sé, con viva fede e con odio di sé gode nel tempo della fatiga, reputandosi indegna della pace e quiete della mente. E questa è la seconda cosa delle tre delle quali Io ti diceva, cioè di mostrare in che modo viene a perfezione e che fa quando ella è giunta. Questo è quello che ella fa: che, perché ella senta che Io sia ritratto a me, non volta il capo a dietro, anco persevera con umiltà nel suo esercizio, e sta serrata nella casa del conoscimento di sé. E ine con fede viva aspetta l’avenimento dello Spirito santo cioè me, che sono esso fuoco di carità. Come aspetta? Non oziosa ma in vigilia e continua e santa orazione. E non solamente con la vigilia corporale, ma con la vigilia intellettuale, cioè che l’occhio dell’intelletto non si serra, ma col lume della fede veghia, stirpando con odio le cogitazioni del cuore, veghiando ne l’affetto della mia carità, conoscendo che Io non voglio altro che la sua santificazione. Questo v’è certificato nel sangue del mio Figlio. Poi che l’occhio veghia nel conoscimento di me e di sé, ora continuamente: cioè orazione di santa e buona voluntà. Questa è orazione continua. E anco veghia nell’orazione attuale, cioè, dico, fatta ne l’attuale tempo ordinatamente secondo l’ordine della santa Chiesa. Questo è quello che fa l’anima che s’è partita dalla imperfezione e gionta alla perfezione. E affinché ella vi giognesse, mi partii da lei, non per grazia ma per sentimento. Partìmi ancora perché ella vedesse e conoscesse il difetto suo, poiché sentendosi privata della consolazione, se sente pena affligitiva, sentesi debole e non stare ferma né perseverante. In questo trova la radice dell’amore spirituale proprio di sé, e però l’è materia di conoscerla e di levare sé sopra di sé salendo (55r) sopra la sedia della coscienza sua, e non lasciare passare quello sentimento che non sia corretto con rimproverio, dibarbicando la radice dell’amore proprio col coltello de l’odio d’esso amore e con l’amore della virtù.  

Arciconfraternita di Santa Caterina – Il Mistero Pasquale: La Passione. Padre Antonio Cocolicchio OP

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Santa Caterina da Siena

Orazione 12

VIRTÙ DELLA PASSIONE

1. GRANDEZZA DI Dio E BASSEZZA DELLA CREATURA

O Dio eterno, alta ed eterna grandezza, tu sei grande e io sono piccola, e la mia bassezza non può giungere alla tua altezza, se non quando l’affetto e l’intelletto con la memoria s’innalzano dalla bassezza della mia umanità, e nella tua luce ti conoscono. Ma se guardo la tua altezza, ogni elevazione che la mia anima può fare fino a te è come una notte oscura paragonata al sole, come la luce della luna nei confronti della luce del sole. Per questo io, bassezza mortale, non posso giungere alla tua grandezza immortale. Ti posso gustare con l’affetto dell’amore, ma non ti posso vedere nella tua essenza. Tu hai detto: «Nessun uomo finché vive mi può vedere»; infatti l’uomo che vive nella propria sensualità e volontà non può vederti nell’affetto della tua carità. E se vivendo nella virtù in un certo modo ti può vedere, tuttavia non può vederti nella tua essenza mentre vive nel corpo mortale. Dunque è proprio vero che la mia bassezza non può elevarsi alla tua altezza, ma solamente gustare e vedere per mezzo del tuo specchio; e questa visione è con perfezione di carità, perché posso vedere perfettamente l’affetto della tua carità, ma non la tua essenza. E quando ho potuto giungere all’amore della tua carità che, sia pure diversamente dai beati, posso ricevere pur essendo nel corpo mortale? Quando venne la pienezza di quel tempo sacro che è tempo favorevole se la mia anima, da te illuminata, lo riconosce per quello che fu annunziato; quando venne il gran medico del mondo, il tuo Figlio unigenito; quando lo sposo si unì alla sposa, cioè la divinità del Verbo alla nostra umanità. Di questa unione fu strumento Maria, che vestì lo sposo eterno della sua umanità. Ma questo amore e unione erano così nascosti che pochi li conoscevano: perciò l’anima non considerava ancora bene la tua grandezza. Ma, come io vedo, l’anima venne a perfetta conoscenza dell’amore della tua carità nella tua luce, grazie alla passione del Verbo, perché allora il fuoco nascosto sotto la nostra cenere cominciò a manifestarsi largamente e pienamente, aprendo il suo corpo santissimo sul legno della croce. E affinché l’affetto dell’anima fosse attirato alle cose di lassù e l’occhio dell’intelletto scrutasse il fuoco, tu Verbo eterno hai voluto essere innalzato sulla croce, dove ci hai mostrato nel tuo sangue l’amore: nel tuo sangue hai mostrato la tua misericordia e magnanimità. In questo sangue hai mostrato anche quanto ti pesa la colpa dell’uomo. Nel sangue hai lavato la faccia della tua sposa, cioè l’anima, con la quale ti sei unito per l’unione della natura divina con la nostra natura umana. Nel sangue l’hai rivestita perché era nuda, e con la tua morte le hai reso la vita.

2. IL CANTO APPASSIONATO DELLA CROCE

O sospirata passione! Ma tu Verità eterna dici che non è desiderata né amata da chi ama se stesso, ma da chi si è spogliato di sé e si è rivestito dite, innalzandosi nella tua luce a conoscere l’altezza della tua carità. O amabile e beata passione, che nella tranquillità della pace fai correre l’anima sopra le onde del mare tempestoso! O dilettevole e dolcissima passione, o ricchezza dell’anima, o refrigerio degli afflitti, o cibo degli affamati, o porto e paradiso dell’anima, o vera allegrezza, o nostra gloria e beatitudine! L’anima che si gloria in te produce il suo frutto. E chi è che si gloria in te? Non colui che ha sottomesso la luce dell’intelletto all’amore sensibile, poiché costui non vede altro che la terra. O passione che guarisci ogni infermità, purché l’ammalato voglia essere curato, perché il tuo dono non ci ha tolto la libertà! Tu passione ridai la vita al morto: se l’anima si ammala per le tentazioni del demonio, tu la liberi; se viene perseguitata dal mondo, oppure tentata dalla propria fragilità, tu le sei rifugio, perché l’anima ha conosciuto in te non solo le opere del Verbo nella passione, che sono finite, ma anche ha gustato l’altezza della carità divina. Per te, passione, l’anima vuole ascoltare e conoscere la verità, inebriarsi e consumarsi nella carità di Dio grazie alla tua debolezza, che appare debolezza per la nostra umanità che in te ha patito, ma la cui altezza è grandissima per il mistero che venne da essa in virtù della divinità, con la quale l’anima eleva se stessa all’altezza della divinità, e così giunge al suo fine che altrimenti non potrebbe ottenere. O passione, l’anima che ha trovato rifugio in te è morta quanto alla sensualità, e perciò gusta l’amore della tua carità. Quanto è soave questa dolcezza, gustata dall’anima che entra nella corteccia del corpo, dove ha trovato la luce e il fuoco della carità vedendo la meravigliosa unione della divinità con la nostra umanità! E nella morte di Cristo l’anima e il corpo si separano, ma non la divinità. Guarda anima mia e vedrai il Verbo nella nostra umanità come in una nuvola, ma la divinità non riceve danno per la nuvola, cioè per le tenebre della nostra umanità, ma sta nascosto nel sole e lo splendore divino come il cielo sereno qualche volta sta nascosto dietro la nube. E chi mostra a noi questo? Il fatto che, dopo la morte, la divinità del Verbo rimase nel corpo di Cristo e, dopo la risurrezione, rese l’umanità da scura splendente, e da mortale immortale. Tu solo, passione, mostri la dottrina che deve seguire la creatura ragionevole. E sbagliano coloro che vogliono seguire i piaceri invece che le pene, perché nessuno giunge al Padre se non per il Figlio, e te Verbo non possiamo seguire se non ti gustiamo nell’amore delle sofferenze. E se l’anima non vuole patire le pene, allora è bene che le patisca per forza; ma se le vuole portare nella luce del sole che è Cristo, allora l’affetto dell’anima non è colpito da nessuna fatica, come la divinità nel Verbo non patì in nessun modo, perché sostenne volontariamente le fatiche. Dunque mostri in modo manifesto che, dal tempo favorevole della passione del Verbo, l’anima può conoscere l’amore di carità con la luce della grazia, e con questa luce veniamo a conoscere nel tempo la tua essenza eterna; attraverso l’infima passione conosciamo la tua altezza, non perché i tuoi misteri siano infimi – anzi, sono sublimi – ma per la tua infima umanità che ha patito.

3. L’ABBASSAMENTO DI Dio

O dolce ed eterno Dio, infinita sublimità! Poiché non potevamo elevare alla tua altezza il nostro infimo amore, né la luce dell’intelletto per la tenebra della colpa, tu, sommo medico, ci hai donato il Verbo con l’esca dell’umanità, e hai preso l’uomo e il demonio non in virtù dell’umanità, ma della divinità. E così facendoti piccolo hai fatto grande l’uomo, saziandoti di obbrobri l’hai riempito di beatitudine, patendo la fame l’hai saziato dell’amore della tua carità, spogliandoti della vita l’hai rivestito della grazia, lasciandoti disprezzare hai ridato a lui la dignità, conoscendo le tenebre nella tua umanità hai dato a lui la luce; disteso sulla croce lo hai abbracciato e gli hai fatto una caverna nel tuo costato, nella quale potesse trovare rifugio dai nemici e potesse conoscere la tua carità, perché per essa mostri che hai voluto dargli più di quanto potessi fare in qualsiasi altro modo. Lì ha trovato il bagno nel quale ha lavato la faccia della sua anima dalla lebbra della colpa.

4. SUPPLICA PER IL MONDO

O dolcissimo amore, o fuoco, o abisso di carità! O altezza incomprensibile! Quanto più guardo alla tua altezza nella passione del Verbo, tanto più la mia povera anima miserabile si vergogna perché non ti ha mai conosciuto, e questo perché sono ancora viva all’amore della sensualità e morta alla ragione. Ma piaccia oggi all’altezza della tua carità illuminare l’occhio del mio intelletto, e di coloro che m’hai dato per figli, e di tutte quante le creature umane. O Dio, amore mio, una cosa ti domando: nel tempo in cui il mondo era infermo tu hai mandato il tuo Figlio unigenito come medico, e so che questo l’hai fatto per amore. Ora vedo il mondo immerso totalmente nella morte, e così grande è questa tenebra che a questa vista la mia anima viene meno. Quale altro modo vi sarà ora per risuscitare un’altra volta questo morto, essendo tu Dio impassibile, e dato che stai per venire non più a riscattare il mondo, ma a giudicarlo? In che modo, dunque, si renderà la vita a questo morto? Io non credo, o infinita bontà, che a te manchino i rimedi; anzi, confesso che né il tuo amore manca, né la tua potenza è indebolita, né la tua sapienza è diminuita; e perciò tu vuoi, e puoi, e sai mandare il rimedio che occorre. Per cui ti supplico se piace alla tua bontà che tu mi mostri questo rimedio, e che la mia anima sia forte e pronta a prenderlo.

5. RISPOSTA

È vero che il tuo Figlio non verrà più se non nella maestà a giudicare, come è detto. Ma, come vedo, tu chiami “cristi” i tuoi servi, e con questo mezzo vuoi togliere la morte e ridare la vita al mondo. In che modo? Essi devono camminare decisamente per la via del Verbo, con sollecitudine e con desiderio ardente, volendo il tuo onore e la salvezza delle anime, e per questo sostenere pazientemente pene, tormenti, obbrobri e rimproveri da chiunque gli siano fatti: con queste sofferenze, che sono limitate, tu vuoi dare ristoro al loro desiderio infinito, cioè esaudire le preghiere e colmare i loro desideri. Ma se patissero solo corporalmente senza il desiderio dell’anima, non basterebbe né a loro, né agli altri, così come la passione del Verbo, senza la virtù della divinità, non avrebbe soddisfatto alla salvezza del genere umano. O redentore ottimo, dacci dunque di questi cristi, che vivano continuamente nelle veglie, nelle lacrime, nelle preghiere per la salvezza del mondo. Tu li chiami tuoi cristi perché sono conformati al tuo Figlio unigenito. Eterno Padre concedici di non essere ignoranti, ciechi o freddi, né che il nostro sguardo sia così oscurato da non vedere che noi stessi, ma dacci di conoscere la tua volontà. Ho peccato contro il Signore, pietà di me. Ti ringrazio, ti ringrazio perché tu hai dato ristoro alla mia anima sia per la conoscenza che mi hai dato del modo nel quale io possa conoscere l’altezza della tua carità essendo ancora nel corpo mortale, sia per il rimedio che vedo ordinato da te per liberare il mondo dalla morte. Allora non dormire più, miserabile anima mia che hai dormito durante tutta la tua vita! O inestimabile amore, la pena corporale dei tuoi servi otterrà in virtù del santo desiderio dell’anima, e questo otterrà per virtù del desiderio della tua carità. O misera anima mia, che non abbracci la luce, ma le tenebre! Alzati, rialzati dalle tenebre, svegliati, apri l’occhio dell’intelletto e guarda il tuo abisso nell’abisso della carità divina, perché se tu non vedi non puoi amare: quanto vedrai tanto amerai, e amando seguirai e ti vestirai della sua volontà. Ho peccato contro il Signore, pietà di me. Amen.

Mercoledì cateriniani mar 21, 2018 padre Vivian Boland OP e sr. Mirella Soro OP

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La dignità dell’Infinito

Mercoledì cateriniani mar 21, 2018 discussione

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http://giulialombardi.it/mercoledi-cateriniani-21-marzo-2018-fr-vivian-boland-op-e-sr-mirella-soro/

Per approfondire il tema discusso su memoria e padronanza di sé, rimando ad un’intervista di France Culture al filosofo Mathieu Potte-Bonneville.