«Protesi verso la stessa cosa»

Il 31 maggio 2017, nel giorno della Visitazione di Maria ad Elisabetta, abbiamo contemplato i misteri gloriosi del rosario e, sotto la guida del Padre Antonio Coccolicchio OP, abbiamo offerto una breve meditazione per ciascun mistero, nella Cappella della Madonna dell’Archetto, Causa nostrae letitiae, a Roma.

Sacra Predicazione – gruppo guidato da Padre Antonio Coccolicchio OP
Rosario predicato – Cappella Madonna dell’Archetto, Roma 

 

Il terzo mistero glorioso, la discesa dello Spirito Santo sopra Maria e gli apostoli, è stato meditato alla luce della prontezza con cui Maria, la perfettamente piena di grazia, si mette in viaggio verso Elisabetta.

La traduzione italiana del testo di Atti 2,1 ci dice che gli apostoli “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”, quando venne dal cielo un rombo. Saremmo, allora, a prima vista tentati di immaginare gli apostoli sì, insieme, ma statici, ancora paralizzati dalla paura.

Ma è davvero corretto attribuire questo agli apostoli, dal momento che erano stati appena descritti come “perseveranti e concordi nella preghiera”, perché animati da uno stesso desiderio orientato verso un fine? infatti, con la forma avverbiale greca ‘homothymadon‘ che esprime il modo di essere secondo gli effetti (come indica il suffisso –ma) di uno stesso (homo) desiderio (thym-), non c’è possibilità di considerare questa prima comunità chiusa e autocentrata, ma dinamica e orientata verso Cristo. 

Il dinamismo della nozione di desiderio era già stato messo in luce da Aristotele e presentato ai suoi studenti come movimento verso ciò che è piacevole, che anche un semplice essere vivente, dotato soltanto del senso del tatto, può compiere, perché consapevole della differenza tra ciò che è piacevole e ciò che doloroso (da cui fugge). Per l’uomo, poi, essere vivente complesso, il dinamismo del desiderio resta, con l’aggiunta della capacità di discernere fra i piaceri e riconoscerne il bene, e discernere tra i beni e il bene ultimo. Per questo, il movimento stesso si trasforma in amore. 

Ecco, allora, che i discepoli non stanno insieme soltanto perché vicini spazialmente, ma è perché sono uniti da uno stesso legame, l’amore, che li muove verso lo stesso fine. 

Essi, infatti, sono rimasti insieme a Gerusalemme, come era stato ordinato loro da Gesù, per attendere l’adempimento del Padre Ed insieme con loro c’era anche Maria, che deve aver ripetuto quell’ammonimento delle nozze di Cana: “fate tutto quello che vi dirà”.

Gli apostoli attendono, sono rimasti a Gerusalemme, come Gesù aveva detto, ma sono protesi, tutti insieme, sostenuti da Maria, in attesa di qualcosa, della stessa cosa.

Ma questo orientamento comune nel versetto citato non deve essere solo sottinteso, sulla base del precedente avverbio homothumadon: nel testo greco, infatti, compare esplicitamente l’espressione ‘epi to auto’, ‘verso la stessa cosa’. Probabilmente, per dare risalto al fatto che gli apostoli fossero insieme e nello stesso luogo, è stato offuscato il valore di movimento verso della preposizione greca ‘epi‘. In effetti, è la locuzione avverbiale ‘homou’ che da sola esprime sia ‘insieme’ sia ‘nello (‘in’ come stato in luogo) stesso luogo’; mentre ‘epi to auto’ sta lì ad indicare il loro formare un’unità, perché protesi verso la stessa cosa. Gli apostoli non stavano insieme per vincere la paura, ma in attesa dello stesso fine.

Non volendo cadere nella trappola della pedanteria filologica, rimando alla tradizione patristica, per confermare il valore dinamico ed orientato ad un fine dell’espressione greca ‘epi to auto’: in particolare, il Santo Padre Agostino, subito all’inizio della sua Regola, in chiaro collegamento con l’esempio di vita degli apostoli descritta negli Atti, tiene per prima cosa a precisare il perché, a quale fine, sia la vita comunitaria: «1. 2. Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio (1. 2. Primum, propter quod in unum estis congregati, ut unianimes habitetis in domo et sit vobis anima una et cor unum in Deum) ». Ecco, è solo l’essere protesi verso Dio – in Deum – a dare il senso al loro stare insieme in una stessa casa. Nel nostro versetto degli Atti l’oggetto del loro essere protesi verso è ancora neutro – “la stessa cosa” (to auto), perché gli apostoli non conoscevano ancora che cosa dovevano attendere; sapevano già, tuttavia, che dovevano attendere, dovevano farsi trovare pronti, non conoscendo “i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla sua forza”. In effetti, lo Spirito Santo giunge all’improvviso, riempie tutta la casa e riempie ciascuno individualmente. Maria, colei che è la sola “perfettamente piena di grazia (kecharitomene)”, e, per questo, la sola ad essere stata capace di accogliere pienamente l’annuncio dell’Angelo e, con prontezza, mettersi subito in cammino, ora non poteva non essere insieme con gli apostoli, dopo che lo Spirito Santo ha riempito sia la casa, per fare di tanti-insieme una chiesa, sia ciascuno di loro individualmente, secondo la propria capacità, per aiutarli ad accoglierlo a loro volta in pienezza, a seconda delle loro capacità, e mettersi in cammino.

Sì, perché “quel lume – come dirà il Signore a Santa Caterina – che ogni intelletto ha ricevuto infuso per grazia sopra il lume naturale, […] ciascuno lo ha ricevuto secondo la sua capacità e secondo la disposizione a conoscere me, perché non spregio le disposizioni. […] Per questo modo l’ebbero gli apostoli dopo l’avvenimento dello Spirito Santo, che donò a loro questo lume sopra il lume naturale. […] Ognuno l’ha avuto in diversi modi, secondo la necessità della salute sua e delle creature, e a dichiarazione della scrittura santa” (Dialogo, LXXXV).

Perciò, come Papa Francesco ha indicato nell’Udienza Generale del 31 maggio 2017,

Lo Spirito è il vento che ci spinge in avanti, che ci mantiene in cammino, ci fa sentire pellegrini e forestieri, e non ci permette di adagiarci e di diventare un popolo “sedentario”.

Chiediamo alla Santa Madre Maria, causa della nostra letizia, che ci sostenga sempre, e ci renda tutti pronti e protesi ad andare dal Signore, accogliendo e rispondendo al modo in cui lo Spirito ci spingerà.

Papa Francesco come Socrate: maestro del dialogo e contemplativo

 

26 MAGGIO 2017 Genova Papa Francesco conversa con i giovani

Genova è una città porto, che ha saputo ricevere tante navi e ha generato grandi navigatori. Per essere discepolo – ha spiegato – ci vuole lo stesso cuore di un navigatore. Orizzonte e coraggio! Se tu non hai orizzonte e sei incapace di guardarti anche il naso, non sarai mai un buon missionario. Se non hai coraggio non sarai un buon missionario. Pensiamo ai grandi navigatori del XVI° secolo.

Il Papa è molto concreto. Per spiegare che cosa significhi essere discepolo, si serve dell’immagine del navigatore, particolarmente familiare in un porto di mare, come quello della città di Genova. Ma tale concretezza nell’uso di immagini in papa Francesco è il segno di una profonda qualità pedagogica, che rimanda immediatamente a quella del filosofo antico, Socrate, esempio di insegnamento e di vita vissuta secondo la relazione del discepolo-maestro.

Nel caso particolare, l’immagine del marinaio, inserita da Platone nel VI libro della Repubblica (488 a-489 a), è usata da Socrate, per facilitare nell’interlocutore la possibilità di ricavare da solo – non in modo isolato, ma attraverso il dialogo – la risposta alla domanda posta, nei riguardi dell’inutilità del filosofo.

Ma, come è evidente nella parte seguente del pensiero di Papa Francesco, l’accostamento con Socrate non si ferma al livello della pedagogia del dialogo, ma va talmente in alto da sciogliere le vele della metafisica, nel dipanarsi delle immagini riguardanti gli ostacoli che si frappongono alla vista dell’orizzonte e che ne impediscono la contemplazione, cioè la visione panoramica. Questa, infatti, non è data dall’accumulo di informazioni – dalla polymathia, come Eraclito la chiamava, DK 22B40 – ma dall’altezza delle spiegazioni, che ci fa fare quelle forti connessioni tra i concetti che producono appunto l’unità del giudizio, per evitare “di mangiare quello che ti servono nel piatto”:   

Voi avete l’opportunità di conoscere tutto, le nuove tecniche di informazione, ma queste ci fanno cadere in un tranello tante volte perché invece di informarci ci saturano e quando tu sei saturato: l’orizzonte si restringe sempre di più e tu ti trovi davanti un muro. State attenti sempre a quello che vendono, anche quello che ti vendono nei media. La contemplazione, la capacità di contemplare l’orizzonte e farsi un giudizio proprio, non mangiare quello che ti servono nel piatto.

26 maggio 2017 – prof.ssa E. Cattanei LE MATEMATICHE NELL’ARCHITETTONICA DELLE SCIENZE DI ARISTOTELE

Pontificia Università Urbaniana – Facoltà di Filosofia 
L’architettonica aristotelica delle scienze 26 MAGGIO 2017

26 maggio 2017 Spirituality of Technology

The Spirituality of Technology

and

Judaeo-Christian Tradition

At the Pontifical University of St Thomas Aquinas (Angelicum) Rome (Hall XI) on 26 May 2017

Giulia Lombardi respondent to Stef Aupers paper
copertina della presentazione prezi next

 

Becoming Human Aiming at God by means of techne

9 maggio 2017 – “Aldo Moro docente” di Alberto Monticone

Per ricordare Aldo Moro, riportiamo il testo dell’intervento del prof. Alberto Monticone, tenuto il 2 maggio scorso nell’incontro 

Sant’Ivo alla Sapienza – Uomo Cultura e Scienze 2016/17

Impegnarsi per il bene comune: Aldo Moropresso la Rettoria di Sant’Ivo alla Sapienza, all’interno del ciclo Uomo, Cultura e Scienze

da sinistra: Alberto Monticone, Tonino Mancini, Gian Candido De Martin

 

Moro docente universitario

Nella storia della fondazione della Repubblica italiana un ruolo di tutto rilievo ebbero quelli che furono in seguito detti “i professorini” usciti dall’Università Cattolica: Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti ed Amintore Fanfani, ai quali tra i cattolici si aggiunge Giorgio La Pira.

Erano tutti docenti universitari che, lungi dall’essere distanti dalla realtà concreta, posero la loro cultura al servizio della comunità civile, senza tralasciare il loro compito di formatori dei giovani nelle loro discipline e più ancora nella cittadinanza.

Aldo Moro può essere considerato insieme ad essi, superando nel tracciarne la biografia il metodo della descrizione del personaggio straordinario sì, ma in qualche modo protagonista solitario e talvolta persino poco incline all’amicizia.

È giusto ricordare lo statista, la guida di un Paese in crescita, ma anche dalle forti tensioni civili ed etiche, la sua saggezza costruttiva e il suo impegno oltre i confini angusti del partito o della nazione, e tuttavia proprio il suo muoversi tra cultura e umanità aiuta a comprendere appieno tutte quelle caratteristiche.

Nell’ambiente universitario a Bari ebbe inizio quel clima di amicizia, nel quale egli si mosse nelle varie fasi della sua vita, nonostante la politica, luogo naturalmente di competizione con avversari e con compagni di partito. Presidente della Fuci di quell’Ateneo strinse relazioni con studenti e con assistenti, che rimasero costanti in lui.              

Nel 1939 divenne presidente nazionale grazie a Montini, anche se questi era da tempo totalmente dedito all’attività in Segreteria di Stato, e si trovò a contatto con don Emilio Guano e don Franco Costa, dai quali fu temporaneamente separato per le vicende della guerra e del suo servizio militare tra il 1942 e 1943.               

Con quei tre ecclesiastici e con un nutrito gruppo di intellettuali e di docenti universitari collaborò nella sua breve presidenza del Movimento laureati di Azione cattolica dopo la Liberazione, come ben può ricordare Romolo Pietrobelli. La consonanza con don Guano, allora assistente dei Laureati e del Comitato cattolico docenti universitari, era nella valorizzazione della Cultura quale dovere dei cattolici e quale mezzo essenziale di crescita dell’uomo integrale e del cittadino; con don Costa Moro condivideva la fiducia nel metodo universitario, nello studio e nella ricerca delle soluzioni dei problemi suscitati dalle sfide della società contemporanea.               

Giovane docente di diritto penale a Bari (1948-1994), costituente e quindi parlamentare e uomo di governo, fu sempre il professore, dedito con passione ai suoi allievi, aperto a tutti e al tempo stesso esigente con quelli che si professavano cristiani. Nei primi anni di insegnamento gli studenti iscritti alla Fuci portavano ancora il distintivo della federazione, ma sembra che evitassero di mostrarlo all’esame con lui, perché si diceva che proprio con loro Moro fosse più severo.               

Ormai trasferitosi a Roma con la famiglia, ebbe nel 1964 la cattedra di Istituzioni di diritto e procedura penale all’Università che oggi si chiama La Sapienza, alla facoltà di Scienze politiche dove continuò sino alla fine a tenere i suoi corsi ed a seguire i suoi laureandi, come facevano alcuni altri politici, cosa che non venne più consentita con la riforma del 1980.

La Facoltà romana di Scienze politiche negli anni Cinquanta era in una fase potremmo dire costituente alla ricerca della propria legittimazione, in autonomia rispetto a quella di Giurisprudenza, e dell’orientamento professionale dei suoi laureati. Indubbiamente essa traeva una propria identità principalmente dalla nuova costituzione repubblicana con le sue conseguenze sulle discipline non solo pubblicistiche, ma anche economiche, statistico-sociali ed internazionalistiche, anche se non mancavano alcuni aspetti della precedente cultura (ad esempio nella “dottrina dello Stato”, nella “storia ed istituzioni dei Paesi afro-asiatici” o nell’intitolazione, presto eliminata, dell’istituto storico, già detto istituto di studi storici coloniali).               

Era articolata in tre istituti: giuridico, economico, storico, nei quali veniva offerto un insegnamento in tutto simile a quello omologo delle Facoltà di giurisprudenza, di economia e di lettere, ma con speciale attenzione alle  ricadute sulla società politica anche in stretta connessione fra i tre settori.               

Fra i docenti prevaleva un orientamento di tipo liberaldemocratico tra la generazione più anziana insieme con qualche presenza di esponenti della cultura cattolica: tra gli storici si possono ricordare Mario Toscano per le relazioni internazionali, Rodolfo De Mattei per le dottrine politiche, Raffaele Ciasca per la storia moderna; preside era l’economista Raffele D’Addario. Nelle discipline giuridiche assai presente era l’influenza di Giuseppe Capograssi.               

In quella prima fase il numero degli studenti era ridotto, così come quello dei collaboratori ed assistenti, ma il rapido sviluppo della Facoltà richiamò alcuni professori, che dovendo esercitare funzioni politiche a Roma ottennero di essere incardinati in essa, come ad esempio il ministro Giuseppe Medici.               

Moro fino a che gli fu possibile mantenne il suo legame con l’Università di Bari, ove aveva creato una sua scuola, ma con il crescere degli impegni di governo e di partito si trasferì a Scienze politiche della Sapienza, per insegnarvi una disciplina penalistica, con il metodo che lo aveva caratterizzato nella sua precedente docenza in collegamento con la filosofia del diritto.               

La Facoltà era molto cambiata, era cresciuto a dismisura il numero degli studenti ed era subentrata una nuova e nutrita generazione di docenti: mentre prima erano i politici ad entrare in essa, da ora in poi da essa usciti parlamentari, ministri, capi di governo. Il capo della DC avrebbe potuto apparire il padre nobile ed invece egli entrò in punta di piedi, con un insegnamento secondario, ma non meno significativo nel contribuire a conferire sempre più alla Facoltà, e in generale all’Università, il carattere di luogo di formazione alla scienza ed alla cittadinanza, nel confronto e nella distinzione rispetto alla società politica.               

Si faceva aiutare da ottimi collaboratori, ma comunque il suo apporto pur discreto costituiva una sorta di garanzia di equilibrio, soprattutto in quell’ultimo decennio, segnato all’inizio dalla contestazione del ’68 e al suo termine dal movimento del ’79, che fu particolarmente presente a Scienze politiche.               

Moro normalmente non partecipava alle sedute dell’ormai affollato consiglio di Facoltà a causa della sua attività politica, ma anche per rispetto dell’autonomia di coloro che quotidianamente affrontavano i problemi dell’insegnamento e del rapporto con gli studenti: la sua autorevolezza pur discreta avrebbe comunque reso meno libero il dibattito o forse avrebbe potuto suscitare qualche estemporanea obiezione politica.               

Tra i colleghi, pur nel rigoroso scrupolo scientifico, si era andata delineando una propensione da un lato per la DC e dall’altro per il PSI, mentre tra gli studenti gli extraparlamentari, benché in ristrettissima minoranza, occupavano spesso la scena, mentre alcuni tra di loro erano simpatizzanti delle brigate rosse.       

Negli stessi anni Settanta era approdato alla Facoltà un altro docente formatosi nella Fuci e nell’ACI, Vittorio Bachelet, che insegnava diritto pubblico dell’economia, disciplina che ben contribuiva ad una comprensiva scienza della politica. Anche Bachelet costituiva oltre che un apporto scientifico e formativo di grande importanza un valido fattore di equilibrio nell’affrontare i problemi della Facoltà, partecipando attivamente con il suo pacato giudizio alle decisioni collegiali. Non saprei dire se tra lui e Moro vi fossero rapporti diretti in ordine alle questioni universitarie, ma la consonanza era evidente ed anche provata nella comune appartenenza alla cerchia degli amici di Paolo VI e don Costa. La loro autonomia di giudizio e di azione rispetto all’autorità della Chiesa, pur profondamente rispettata ed amata, è stata più volte sottolineata per l’uno e per l’altro, ma è opportuno rimarcarne la comunanza di manifestazione, il medesimo radicamento di laicità cristiana e una sorta di contemporaneità. Infatti cosi avvenne per Moro in occasione della formazione del suo primo governo con l’apertura ai socialisti e per Bachelet nell’affermare l’obbedienza in piedi della rinnovata ACI.

Lo statista salentino aveva anche un modo semplice ed accattivante di presenza all’Università. Veniva accompagnato dalla scorta, resasi necessaria dopo l’inizio della lotta armata delle Brigate rosse e per i suoi echi tra gli studenti, ma solo il maresciallo Leonardi entrava con lui in Facoltà restando nel corridoio tranquillamente. Verso questo poliziotto e verso gli altri suoi tutori Moro aveva un tratto amichevole ricambiato con schietta devozione: il Leonardi era disponibile a dare una mano a chiunque in Facoltà si fosse trovato in difficoltà o minacciato, ma non mi risulta che abbia mai dovuto intervenire. Un giorno entrò nell’aula dove tenevo lezione e dove uno dei capi del movimento studentesco mi aveva interrotto affermando che non bisognava parlare di storia ma di rivoluzione: mi chiese discretamente se avevo bisogno di aiuto, lo ringraziai, ma non era necessario e continuai a spiegare i movimenti rivoluzionari in Francia nel 1848.              

Moro, come è noto, venne sequestrato, con la strage della scorta mentre stava venendo in Facoltà per discutere alcune sue lauree, e poi ucciso, ma né lui né Bachelet, che pure venne assassinato sulle scale di Scienze politiche, morirono per mano dei nostri studenti. Erano docenti che desideravano capire e se possibile convincere piuttosto che reagire duramente.               

Durante la prigionia di Moro io trovai nelle scale della Facoltà numerose copie di uno dei comunicati delle Brigate rosse, che consegnai al posto di polizia della Sapienza, ove il dirigente mi disse che per la mia sicurezza avrebbe dichiarato di essere stato lui a trovarli. E’ difficile spiegare perché quelle copie si trovassero là, se perché portate da uno dei nostri studenti o per diffonderle tra questi: propenderei per questa ipotesi. Per una misteriosa ragione, forse da non collegarsi al sequestro, proprio la mattina del 16 marzo 1978, quando stavo per recarmi in Facoltà per le tesi di storia, giunse a casa mia una telefonata con una minaccia di morte.

Moro aveva scelto per professione la docenza universitaria e quella scelta rimase l’asse portante del suo impegno per tutta la vita: quando a 62 anni venne ucciso aveva ancora davanti sé tredici anni di attività accademica, otto di insegnamento pieno e cinque di altre forme di docenza. L’Università non era però per lui un angolo tranquillo ove ritirarsi dopo le fatiche politiche, anche se più volte coltivò l’idea di tornarvi a tempo pieno ( G. Formigoni, p. 16), bensì luogo ideale dal quale non si era mai allontanato e sostanza del suo metodo di ricerca di operosità nella società. Qualche aspetto “professorale”, nel senso di fondamento ragionato, si può scorgere nei suoi discorsi di analisi e di progettazione politica, nel confronto con i diversi interlocutori, nella argomentazione delle scelte: professore alla sua maniera, cioè non dottrinale né impositivo.

Nella storia contemporanea non si trovano molti governanti provenienti dall’accademia, verso i quali se mai spesso vi è stata diffidenza o critica: fanno eccezione nell’ultimo trentennio gli economisti.

Ma quando, come nel suo caso, la cultura e l’umanesimo sorreggono la professione docente il servizio alla comunità civile può essere realizzato nella politica per il bene comune senza inutili sovrapposizioni e senza assolutizzare la politica: egli ebbe chiaro il senso dell’autonomia della politica e al tempo stesso del limite. Altri docenti cattolici rimasero sino in fondo professori alla maniera di Moro: Vittorio Bachelet e Roberto Ruffilli, anch’essi uccisi dalla Brigate rosse. Quest’ultimo quando già non era consentito da parlamentare insegnare all’Università, cosa della quale egli si rammaricava.               

Nella visione di Moro, uomo di cultura e politico, l’esperienza cristiana era sentita “come principio di non appagamento dell’esistente, nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale” (art.1973 Favoriamo l’espansione della libertà e dignità umana, cit. Castagnetti, p. 14).  

Alberto Monticone

2 maggio 2017

Roma, Sant’Ivo alla Sapienza – Uomo Cultura e Scienze 2016/17