9 maggio 2017 – “Aldo Moro docente” di Alberto Monticone

Per ricordare Aldo Moro, riportiamo il testo dell’intervento del prof. Alberto Monticone, tenuto il 2 maggio scorso nell’incontro 

Sant’Ivo alla Sapienza – Uomo Cultura e Scienze 2016/17

Impegnarsi per il bene comune: Aldo Moropresso la Rettoria di Sant’Ivo alla Sapienza, all’interno del ciclo Uomo, Cultura e Scienze

da sinistra: Alberto Monticone, Tonino Mancini, Gian Candido De Martin

 

Moro docente universitario

Nella storia della fondazione della Repubblica italiana un ruolo di tutto rilievo ebbero quelli che furono in seguito detti “i professorini” usciti dall’Università Cattolica: Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti ed Amintore Fanfani, ai quali tra i cattolici si aggiunge Giorgio La Pira.

Erano tutti docenti universitari che, lungi dall’essere distanti dalla realtà concreta, posero la loro cultura al servizio della comunità civile, senza tralasciare il loro compito di formatori dei giovani nelle loro discipline e più ancora nella cittadinanza.

Aldo Moro può essere considerato insieme ad essi, superando nel tracciarne la biografia il metodo della descrizione del personaggio straordinario sì, ma in qualche modo protagonista solitario e talvolta persino poco incline all’amicizia.

È giusto ricordare lo statista, la guida di un Paese in crescita, ma anche dalle forti tensioni civili ed etiche, la sua saggezza costruttiva e il suo impegno oltre i confini angusti del partito o della nazione, e tuttavia proprio il suo muoversi tra cultura e umanità aiuta a comprendere appieno tutte quelle caratteristiche.

Nell’ambiente universitario a Bari ebbe inizio quel clima di amicizia, nel quale egli si mosse nelle varie fasi della sua vita, nonostante la politica, luogo naturalmente di competizione con avversari e con compagni di partito. Presidente della Fuci di quell’Ateneo strinse relazioni con studenti e con assistenti, che rimasero costanti in lui.              

Nel 1939 divenne presidente nazionale grazie a Montini, anche se questi era da tempo totalmente dedito all’attività in Segreteria di Stato, e si trovò a contatto con don Emilio Guano e don Franco Costa, dai quali fu temporaneamente separato per le vicende della guerra e del suo servizio militare tra il 1942 e 1943.               

Con quei tre ecclesiastici e con un nutrito gruppo di intellettuali e di docenti universitari collaborò nella sua breve presidenza del Movimento laureati di Azione cattolica dopo la Liberazione, come ben può ricordare Romolo Pietrobelli. La consonanza con don Guano, allora assistente dei Laureati e del Comitato cattolico docenti universitari, era nella valorizzazione della Cultura quale dovere dei cattolici e quale mezzo essenziale di crescita dell’uomo integrale e del cittadino; con don Costa Moro condivideva la fiducia nel metodo universitario, nello studio e nella ricerca delle soluzioni dei problemi suscitati dalle sfide della società contemporanea.               

Giovane docente di diritto penale a Bari (1948-1994), costituente e quindi parlamentare e uomo di governo, fu sempre il professore, dedito con passione ai suoi allievi, aperto a tutti e al tempo stesso esigente con quelli che si professavano cristiani. Nei primi anni di insegnamento gli studenti iscritti alla Fuci portavano ancora il distintivo della federazione, ma sembra che evitassero di mostrarlo all’esame con lui, perché si diceva che proprio con loro Moro fosse più severo.               

Ormai trasferitosi a Roma con la famiglia, ebbe nel 1964 la cattedra di Istituzioni di diritto e procedura penale all’Università che oggi si chiama La Sapienza, alla facoltà di Scienze politiche dove continuò sino alla fine a tenere i suoi corsi ed a seguire i suoi laureandi, come facevano alcuni altri politici, cosa che non venne più consentita con la riforma del 1980.

La Facoltà romana di Scienze politiche negli anni Cinquanta era in una fase potremmo dire costituente alla ricerca della propria legittimazione, in autonomia rispetto a quella di Giurisprudenza, e dell’orientamento professionale dei suoi laureati. Indubbiamente essa traeva una propria identità principalmente dalla nuova costituzione repubblicana con le sue conseguenze sulle discipline non solo pubblicistiche, ma anche economiche, statistico-sociali ed internazionalistiche, anche se non mancavano alcuni aspetti della precedente cultura (ad esempio nella “dottrina dello Stato”, nella “storia ed istituzioni dei Paesi afro-asiatici” o nell’intitolazione, presto eliminata, dell’istituto storico, già detto istituto di studi storici coloniali).               

Era articolata in tre istituti: giuridico, economico, storico, nei quali veniva offerto un insegnamento in tutto simile a quello omologo delle Facoltà di giurisprudenza, di economia e di lettere, ma con speciale attenzione alle  ricadute sulla società politica anche in stretta connessione fra i tre settori.               

Fra i docenti prevaleva un orientamento di tipo liberaldemocratico tra la generazione più anziana insieme con qualche presenza di esponenti della cultura cattolica: tra gli storici si possono ricordare Mario Toscano per le relazioni internazionali, Rodolfo De Mattei per le dottrine politiche, Raffaele Ciasca per la storia moderna; preside era l’economista Raffele D’Addario. Nelle discipline giuridiche assai presente era l’influenza di Giuseppe Capograssi.               

In quella prima fase il numero degli studenti era ridotto, così come quello dei collaboratori ed assistenti, ma il rapido sviluppo della Facoltà richiamò alcuni professori, che dovendo esercitare funzioni politiche a Roma ottennero di essere incardinati in essa, come ad esempio il ministro Giuseppe Medici.               

Moro fino a che gli fu possibile mantenne il suo legame con l’Università di Bari, ove aveva creato una sua scuola, ma con il crescere degli impegni di governo e di partito si trasferì a Scienze politiche della Sapienza, per insegnarvi una disciplina penalistica, con il metodo che lo aveva caratterizzato nella sua precedente docenza in collegamento con la filosofia del diritto.               

La Facoltà era molto cambiata, era cresciuto a dismisura il numero degli studenti ed era subentrata una nuova e nutrita generazione di docenti: mentre prima erano i politici ad entrare in essa, da ora in poi da essa usciti parlamentari, ministri, capi di governo. Il capo della DC avrebbe potuto apparire il padre nobile ed invece egli entrò in punta di piedi, con un insegnamento secondario, ma non meno significativo nel contribuire a conferire sempre più alla Facoltà, e in generale all’Università, il carattere di luogo di formazione alla scienza ed alla cittadinanza, nel confronto e nella distinzione rispetto alla società politica.               

Si faceva aiutare da ottimi collaboratori, ma comunque il suo apporto pur discreto costituiva una sorta di garanzia di equilibrio, soprattutto in quell’ultimo decennio, segnato all’inizio dalla contestazione del ’68 e al suo termine dal movimento del ’79, che fu particolarmente presente a Scienze politiche.               

Moro normalmente non partecipava alle sedute dell’ormai affollato consiglio di Facoltà a causa della sua attività politica, ma anche per rispetto dell’autonomia di coloro che quotidianamente affrontavano i problemi dell’insegnamento e del rapporto con gli studenti: la sua autorevolezza pur discreta avrebbe comunque reso meno libero il dibattito o forse avrebbe potuto suscitare qualche estemporanea obiezione politica.               

Tra i colleghi, pur nel rigoroso scrupolo scientifico, si era andata delineando una propensione da un lato per la DC e dall’altro per il PSI, mentre tra gli studenti gli extraparlamentari, benché in ristrettissima minoranza, occupavano spesso la scena, mentre alcuni tra di loro erano simpatizzanti delle brigate rosse.       

Negli stessi anni Settanta era approdato alla Facoltà un altro docente formatosi nella Fuci e nell’ACI, Vittorio Bachelet, che insegnava diritto pubblico dell’economia, disciplina che ben contribuiva ad una comprensiva scienza della politica. Anche Bachelet costituiva oltre che un apporto scientifico e formativo di grande importanza un valido fattore di equilibrio nell’affrontare i problemi della Facoltà, partecipando attivamente con il suo pacato giudizio alle decisioni collegiali. Non saprei dire se tra lui e Moro vi fossero rapporti diretti in ordine alle questioni universitarie, ma la consonanza era evidente ed anche provata nella comune appartenenza alla cerchia degli amici di Paolo VI e don Costa. La loro autonomia di giudizio e di azione rispetto all’autorità della Chiesa, pur profondamente rispettata ed amata, è stata più volte sottolineata per l’uno e per l’altro, ma è opportuno rimarcarne la comunanza di manifestazione, il medesimo radicamento di laicità cristiana e una sorta di contemporaneità. Infatti cosi avvenne per Moro in occasione della formazione del suo primo governo con l’apertura ai socialisti e per Bachelet nell’affermare l’obbedienza in piedi della rinnovata ACI.

Lo statista salentino aveva anche un modo semplice ed accattivante di presenza all’Università. Veniva accompagnato dalla scorta, resasi necessaria dopo l’inizio della lotta armata delle Brigate rosse e per i suoi echi tra gli studenti, ma solo il maresciallo Leonardi entrava con lui in Facoltà restando nel corridoio tranquillamente. Verso questo poliziotto e verso gli altri suoi tutori Moro aveva un tratto amichevole ricambiato con schietta devozione: il Leonardi era disponibile a dare una mano a chiunque in Facoltà si fosse trovato in difficoltà o minacciato, ma non mi risulta che abbia mai dovuto intervenire. Un giorno entrò nell’aula dove tenevo lezione e dove uno dei capi del movimento studentesco mi aveva interrotto affermando che non bisognava parlare di storia ma di rivoluzione: mi chiese discretamente se avevo bisogno di aiuto, lo ringraziai, ma non era necessario e continuai a spiegare i movimenti rivoluzionari in Francia nel 1848.              

Moro, come è noto, venne sequestrato, con la strage della scorta mentre stava venendo in Facoltà per discutere alcune sue lauree, e poi ucciso, ma né lui né Bachelet, che pure venne assassinato sulle scale di Scienze politiche, morirono per mano dei nostri studenti. Erano docenti che desideravano capire e se possibile convincere piuttosto che reagire duramente.               

Durante la prigionia di Moro io trovai nelle scale della Facoltà numerose copie di uno dei comunicati delle Brigate rosse, che consegnai al posto di polizia della Sapienza, ove il dirigente mi disse che per la mia sicurezza avrebbe dichiarato di essere stato lui a trovarli. E’ difficile spiegare perché quelle copie si trovassero là, se perché portate da uno dei nostri studenti o per diffonderle tra questi: propenderei per questa ipotesi. Per una misteriosa ragione, forse da non collegarsi al sequestro, proprio la mattina del 16 marzo 1978, quando stavo per recarmi in Facoltà per le tesi di storia, giunse a casa mia una telefonata con una minaccia di morte.

Moro aveva scelto per professione la docenza universitaria e quella scelta rimase l’asse portante del suo impegno per tutta la vita: quando a 62 anni venne ucciso aveva ancora davanti sé tredici anni di attività accademica, otto di insegnamento pieno e cinque di altre forme di docenza. L’Università non era però per lui un angolo tranquillo ove ritirarsi dopo le fatiche politiche, anche se più volte coltivò l’idea di tornarvi a tempo pieno ( G. Formigoni, p. 16), bensì luogo ideale dal quale non si era mai allontanato e sostanza del suo metodo di ricerca di operosità nella società. Qualche aspetto “professorale”, nel senso di fondamento ragionato, si può scorgere nei suoi discorsi di analisi e di progettazione politica, nel confronto con i diversi interlocutori, nella argomentazione delle scelte: professore alla sua maniera, cioè non dottrinale né impositivo.

Nella storia contemporanea non si trovano molti governanti provenienti dall’accademia, verso i quali se mai spesso vi è stata diffidenza o critica: fanno eccezione nell’ultimo trentennio gli economisti.

Ma quando, come nel suo caso, la cultura e l’umanesimo sorreggono la professione docente il servizio alla comunità civile può essere realizzato nella politica per il bene comune senza inutili sovrapposizioni e senza assolutizzare la politica: egli ebbe chiaro il senso dell’autonomia della politica e al tempo stesso del limite. Altri docenti cattolici rimasero sino in fondo professori alla maniera di Moro: Vittorio Bachelet e Roberto Ruffilli, anch’essi uccisi dalla Brigate rosse. Quest’ultimo quando già non era consentito da parlamentare insegnare all’Università, cosa della quale egli si rammaricava.               

Nella visione di Moro, uomo di cultura e politico, l’esperienza cristiana era sentita “come principio di non appagamento dell’esistente, nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale” (art.1973 Favoriamo l’espansione della libertà e dignità umana, cit. Castagnetti, p. 14).  

Alberto Monticone